DIO MANDÒ NEL NOSTRI CUORI

LO SPIRITO DI SUO FIGLIO

seconda predica di avvento di p. Raniero Cantalamessa

 

 

 

Nel 1882 l’archeologo William M. Ramsay scoprì a Geropoli, in Frigia, un’antica iscrizione greca. Il reperto fu donato dal sultano Abdul Hamid a papa Leone XIII nel 1892, in occasione del suo giubileo. Dal Museo Lateranense esso è passato in seguito al Museo Pio Cristiano.

L’epitaffio – definito dagli storici “la regina delle iscrizioni cristiane”- contiene il testamento spirituale di un vescovo di nome Abercio vissuto verso la fine del II secolo. In esso, l’autore riassume tutta la sua esperienza di fede cristiana. Lo fa nel linguaggio imposto in quel tempo dalla “disciplina dell’arcano”, cioè usando metafore ed espressioni, di cui solo i cristiani potevano capire il senso, senza esporre se stessi ed altri al dileggio e alla persecuzione. Ascoltiamola nella parte che ci interessa più da vicino:

“Io di nome Abercio, [sono] discepolo del casto pastore dagli occhi grandi che pasce greggi di pecore per monti e per piani… Egli mi insegnò le scritture degne di fede; mi mandò a Roma a contemplare la reggia e vedere una regina dalle vesti e dalle calzature d’oro; io vidi colà un popolo che porta un fulgido sigillo. Visitai anche la pianura della Siria e tutte le sue città e, oltre l’Eufrate, Nisibi. Dovunque trovai dei fratelli…, avevo Paolo con me, e la Fede mi guidò dovunque e mi dette per cibo un Pesce grandissimo, puro, che la casta Vergine concepì e che essa [la Fede] suole dare a mangiare ogni giorno ai suoi fedeli amici, avendo un eccellente vino che suole donare insieme con il pane” .

Il pastore “dagli occhi grandi” è Gesú, le scritture sono la Bibbia, la regina dalle vesti d’oro (allusione al Salmo 45, 10) è la Chiesa, il sigillo il battesimo; Paolo è naturalmente l’apostolo, il pesce, come in tanti mosaici antichi, indica Cristo, la casta Vergine è Maria; il pane e il vino l’Eucaristia. Agli occhi di Abercio, Roma non è tanto la capitale dell’impero (che pure in quel momento è all’apogeo della sua potenza), ma “la reggia” di un altro regno, il centro spirituale della Chiesa.

Quello che colpisce in questo testamento è la freschezza, l’entusiasmo e lo stupore con cui Abercio guarda il mondo nuovo che la fede gli ha spalancato davanti. Per lui tutto questo non è davvero qualcosa di scontato! È la vera novità del mondo e della storia. È proprio per questo motivo che l’ho ricordato: perché è il sentimento che più abbiamo bisogno di riscoprire noi cristiani di oggi. Si tratta, ancora una volta, di guardare le vetrate della cattedrale dall’interno di essa, anziché dalla pubblica strada.

Dopo più di quarant’anni di giri di predicazione per il mondo, io potrei fare mio il testamento di Abercio, senza nemmeno aver bisogno di usare il suo linguaggio velato. Anch’io, nel mio piccolo, ho incontrato dappertutto questo popolo nuovo che la Lumen gentium del Vaticano II definisce il popolo messianico che “ha per capo Cristo, per condizione la dignità e la libertà dei figli di Dio, per legge il nuovo precetto dell’amore e per fine il regno di Dio” (cf LG, 9).

Lo stesso Concilio ricorda che la Chiesa è fatta di santi e di peccatori; anzi, che essa stessa, – come realtà concreta e storica – è santa e peccatrice, “casta meretrice” , come la chiamano certi Padri , e che le due cose –peccato e santità – sono presenti in ogni singolo suo membro, non soltanto tra una categoria e l’altra di essi. È giusto dunque che ci rattristiamo e piangiamo per i peccati della Chiesa, ma è anche giusto e doveroso rallegrarci per la sua santità e la sua bellezza. Una volta tanto noi scegliamo di fare questa seconda cosa che è forse oggi quella più difficile e più trascurata.

 

La prova che siamo figli di Dio

 

Torniamo al testo di Galati che stiamo commentando:

Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli. E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: «Abbà! Padre!». Quindi non sei più schiavo, ma figlio e, se figlio, sei anche erede per grazia di Dio.

Abbiamo meditato la volta scorsa sulla prima parte, sul nostro essere figli di Dio; meditiamo ora sulla seconda parte, sul ruolo svolto in tutto ciò dallo Spirito Santo. Dobbiamo tener presente il brano quasi gemello di Romani 8, 15-16:

Voi non avete ricevuto uno spirito da schiavi per ricadere nella paura, ma avete ricevuto lo Spirito che rende figli adottivi, per mezzo del quale gridiamo: «Abbà! Padre!». Lo Spirito stesso, insieme al nostro spirito, attesta che siamo figli di Dio.

Parlavo la volta scorsa dell’importanza della Parola di Dio per assaporare la dolcezza di sapersi figli di Dio e sperimentare Dio come padre buono. San Paolo ci dice ora che c’è un altro mezzo senza del quale anche la Parola di Dio risulta insufficiente: lo Spirito Santo!

San Bonaventura termina il suo trattato Itinerario della mente a Dio con una frase allusiva e misteriosa; dice: “Questa sapienza mistica segretissima nessuno la conosce se non chi la riceve; nessuno la riceve se non chi la desidera; nessuno la desidera se non chi è infiammato nell’intimo dallo Spirito Santo mandato da Cristo sulla terra” . In altre parole, noi possiamo desiderare di avere una conoscenza viva dell’essere figli di Dio e di farne l’esperienza, ma ottenere tutto ciò è opera soltanto dello Spirito Santo.

Lo Spirito “attesta” che siamo figli di Dio? Che significano queste parole ? Non si può trattare di una specie di attestato esterno e giuridico come nelle adozioni naturali, o come è il certificato di battesimo. Se lo Spirito è “la prova” che siamo figli di Dio, se egli lo “attesta” al nostro spirito, non può essere qualcosa che avviene da qualche parte, ma di cui noi non abbiamo alcuna percezione e conferma.

Purtroppo è così che noi siamo portati a pensare. Sì, nel battesimo siamo diventati figli di Dio, membra di Cristo, l’amore di Dio è stato effuso nei nostri cuori…, ma tutto questo per fede, senza che nulla si smuova dentro di noi. Creduto con la mente, ma non vissuto con il cuore. Come cambiare questa situazione? La risposta ce l’ha data l’Apostolo: lo Spirito Santo! Non soltanto lo Spirito Santo che abbiamo ricevuto nel battesimo, ma quello che dobbiamo chiedere e ricevere sempre di nuovo. Lo Spirito “attesta” che siamo figli di Dio; ora attesta, non “ha attestato”, s’intende una volta per tutte nel battesimo.

Cerchiamo dunque di capire come lo Spirito Santo opera questo miracolo di aprire i nostri occhi sulla realtà che portiamo dentro. La migliore descrizione di come lo Spirito Santo porta a compimento questa operazione nel credente, l’ho trovata in un discorso per la Pentecoste di Lutero. (Seguiamo, con lui, il criterio paolino di “esaminare tutto e ritenere ciò che è buono”) (1 Tess 5, 21).

Finché l’uomo vive nel regime di peccato, sotto la legge, Dio gli appare un padrone severo, uno che si oppone al soddisfacimento dei suoi desideri terreni con quei suoi perentori: “Tu devi.., tu non devi”. Non devi desiderare la roba d’altri, la donna d’altri…In questo stato l’uomo accumula nel fondo del cuore un sordo rancore contro Dio, lo vede come un avversario della sua felicità, al punto che, se dipendesse da lui, sarebbe ben felice che non esistesse .

Se tutto questo ci sembra una ricostruzione esagerata, da grandi peccatori, che non ci riguarda da vicino, guardiamoci dentro e osserviamo cosa sale dal fondo oscuro del nostro cuore davanti a una volontà di Dio, o una obbedienza che attraversa i nostri piani. Nei corsi di Esercizi spirituali che ho occasione di predicare io sono solito proporre ai partecipanti di sottoporsi da soli a un test psicologico per scoprire quale idea di Dio prevale in loro. Invito a domandarsi: “Quali sentimenti, quali associazioni di idee sorgono spontaneamente in me, prima di ogni riflessione, quando, recitando il Padre nostro, arrivo alle parole: ‘Sia fatta la tua volontà’ ”?

 

Non è difficile accorgersi che inconsciamente si collega la volontà di Dio a tutto ciò che è spiacevole, doloroso, e tutto ciò che costituisce una prova, un’esigenza di rinuncia, un sacrificio, a tutto ciò, insomma, che può essere visto come mutilante la nostra libertà e sviluppo individuali. Si pensa a Dio come se egli fosse essenzialmente nemico di ogni festa, gioia, piacere. Se in quel momento potessimo guardare la nostra anima come allo specchio, ci vedremmo come persone che chinano il capo rassegnati, mormorando a denti stretti: “Se proprio non si può fare a meno…ebbene, sia fatta la tua volontà”

 

Vediamo cosa fa lo Spirito Santo per guarirci da questo terribile inganno ereditato da Adamo. Venendo in noi –nel battesimo e poi in tutti gli altri mezzi di santificazione – egli comincia con il mostrarci un diverso volto di Dio, il volto rivelatoci da Gesú nel Vangelo. Ce lo fa scoprire come alleato della nostra gioia, come colui che per noi “non ha risparmiato il proprio Figlio” (Rom 8, 32).

 

Sboccia a poco a poco il sentimento filiale che si traduce spontaneamente nel grido: Abbà, Padre! Come Giobbe alla fine della sua storia, esclamiamo: “Io ti conoscevo per sentito dire, ma ora i miei occhi ti vedono” (Gb 42,5). Il figlio ha preso il posto dello schiavo e l’amore quello del timore! L’uomo cessa di essere l’antagonista di Dio e diventa il suo alleato. L’alleanza con Dio non è più soltanto una struttura religiosa in cui si nasce, ma una scoperta, una scelta, una fonte di incrollabile sicurezza: “Se Dio è con noi, nostro alleato, chi sarà contro di noi?” (cf Rom 8, 31).

 

La preghiera dei figli

 

Il luogo privilegiato in cui lo Spirito Santo opera sempre di nuovo il miracolo di farci sentire figli di Dio è la preghiera. Lo Spirito non dà una legge di preghiera, ma una grazia di preghiera. La preghiera non viene a noi, primariamente, per apprendimento esteriore e analitico, ma viene a noi per infusione, come dono. Questa è la “buona notizia” a proposito della preghiera cristiana! Viene a noi la sorgente stessa della preghiera ed essa consiste nel fatto che “Dio ha mandato nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio che grida: Abbà, Padre!” (Gal 4, 6).

 

Il grido del credente Abbà! dimostra, da solo, che chi prega in noi, attraverso lo Spirito, è Gesù, il Figlio unigenito di Dio. Per se stesso, infatti, lo Spirito Santo non potrebbe rivolgersi a Dio, chiamandolo Abba, perché egli non è “generato”, ma soltanto “procede” dal Padre. Lo può fare in quanto è lo Spirito del Figlio unigenito che continua nelle membra la preghiera del capo.

 

È lo Spirito Santo che infonde, dunque, nel cuore, il sentimento della figliolanza divina, che ci fa sentire (non soltanto sapere!) figli di Dio. Talvolta questa operazione fondamentale dello Spirito si realizza in modo repentino e intenso, nella vita di una persona, e allora se ne può contemplare tutto lo splendore. In occasione di un ritiro, di un sacramento ricevuto con particolari disposizioni, di una parola di Dio ascoltata con cuore disponibile, o in occasione della preghiera per l’effusione dello Spirito (il cosiddetto “battesimo nello Spirito”), l’anima è inondata di una luce nuova, nella quale Dio le si rivela, in un modo nuovo, come Padre. Si fa esperienza di cosa vuol dire veramente la paternità di Dio; il cuore si intenerisce e la persona ha la sensazione di rinascere da questa esperienza. Dentro di lei appare una grande confidenza e un senso mai provato della condiscendenza di Dio.

 

Altre volte, invece, questa rivelazione del Padre si accompagna a un tale sentimento della maestà e trascendenza di Dio che l’anima è come sopraffatta e tace. (Non sto descrivendo le mie esperienze, ma quelle dei santi!). Si capisce perché alcuni santi iniziavano il “Padre nostro” e, dopo ore, erano ancora fermi a queste prime parole. Di santa Caterina da Siena, il suo confessore e biografo, il beato Raimondo da Capua, scrive che “difficilmente arrivava in fondo a un “Padre nostro”, senza essere già in estasi” .

 

Questo modo vivido di conoscere il Padre di solito non dura a lungo, neppure nei santi. Ritorna presto il tempo in cui il credente dice “Abbà!”, senza sentire nulla, e continua a ripeterlo solo sulla parola di Gesù. È il momento, allora, di ricordare che quanto meno quel grido rende felice chi lo pronuncia, tanto più rende felice il Padre che lo ascolta, perché fatto di pura fede e di abbandono.

 

Noi siamo, allora, come quel celebre musicista (parlo di Beethoven) che, divenuto sordo, continuava a comporre ed eseguire splendide sinfonie per la gioia di chi ascoltava, senza che lui potesse gustarne una sola nota. Al punto che quando il pubblico, dopo aver ascoltato una sua opera (la celebre Nona Sinfonia) esplose in un uragano di applausi, dovettero tirargli il lembo della veste perché se ne accorgesse e si voltasse a ringraziare. La sordità, anziché spegnere la sua musica, la rese più pura e così fa anche l’aridità con la nostra preghiera se perseveriamo in essa.

 

Quando si parla dell’esclamazione “Abbà, Padre!”, noi siamo soliti pensare solo a ciò che tale parola significa per chi la pronuncia, a ciò che riguarda noi. Non si pensa quasi mai a ciò che essa significa per Dio che l’ascolta e a ciò che produce in lui. Non si pensa, insomma, alla gioia di Dio di sentirsi chiamare papà. Ma chi è padre sa cosa si prova a sentirsi chiamare così con l’inconfondibile timbro di voce del proprio bambino o della propria bambina. È come diventare padre ogni volta, perché ogni volta quel grido ti ricorda e ti fa accorgere che lo sei; tocca la parte più recondita di te stesso.

 

Gesù lo sapeva perciò ha chiamato così spesso Dio Abbà! e ci ha insegnato a fare lo stesso. Noi diamo a Dio una gioia semplice e unica chiamandolo papà: la gioia della paternità. Il suo cuore “si commuove” dentro di lui, le sue viscere “fremono di compassione”, al sentirsi chiamare così (cf Os 11, 8). E tutto questo dicevo lo possiamo fare anche quando non “sentiamo” nulla.

 

E proprio in questo tempo di apparente lontananza di Dio e di aridità che si scopre tutta l’importanza dello Spirito Santo per la nostra vita di preghiera. Egli – da noi non visto e non sentito – “viene in soccorso della nostra debolezza”, riempie le nostre parole e i nostri gemiti, di desiderio di Dio, di umiltà, di amore, “e colui che scruta i cuori sa quali sono i desideri dello Spirito” (cf Rom 8, 26-27). Lo Spirito diviene, allora, la forza della nostra preghiera “debole”, la luce della nostra preghiera spenta; in una parola, l’anima della nostra preghiera. Davvero, egli “irriga ciò che è arido”, come diciamo nella sequenza in suo onore.

 

Tutto questo avviene per fede. Basta che io dica o pensi: “Padre, tu mi hai donato lo Spirito di Gesú tuo Figlio; formando perciò “un solo spirito con lui” (1 Cor 6, 17), io recito questo salmo, celebro questa santa Messa, o sto semplicemente in silenzio, qui alla tua presenza. Voglio darti quella gloria e quella gioia che ti darebbe Gesù, se fosse lui a pregarti ancora dalla terra”.

 

 

 

 

 

Ciò che lo Spirito dice alla Chiesa

 

Vorrei, prima di concludere, accennare a una applicazione pastorale di questa riflessione sul ruolo dello Spirito Santo. Ho citato altre volte le parole che il metropolita ortodosso Ignatios di Latakia pronunciò in una solenne riunione ecumenica nel 1968, ma vale la pena riascoltarle qui:

“Senza lo Spirito Santo:

Dio è lontano,

il Cristo resta nel passato,

il vangelo è lettera morta,

la Chiesa una semplice organizzazione,

l’autorità una dominazione,

la missione una propaganda,

il culto una evocazione,

l’agire cristiano una morale da schiavi.

 

Ma, con lo Spirito Santo:

il cosmo è sollevato e geme nel parto del regno,

l’uomo lotta contro la carne,

il Cristo è presente,

il vangelo è potenza di vita,

la Chiesa segno di comunione trinitaria,

l’autorità servizio liberatore,

la missione una Pentecoste,

la liturgia memoriale e anticipazione,

l’agire umano è divinizzato” .

 

Dobbiamo fondare tutto sullo Spirito Santo. Non basta recitare un Pater, Ave e Gloria, all’inizio delle nostre riunioni pastorali, per poi passare in fretta e furia all’ordine del giorno. Quando le circostanze lo permettono, bisogna rimanere per un po’ esposti allo Spirito Santo, dargli tempo di manifestarsi. Sintonizzarsi con lui.

Senza queste premesse, risoluzioni e documenti restano parole che si aggiungono a parole. Succede come nel sacrificio di Elia sul Carmelo. Elia radunò la legna, la bagnò sette volte; fece tutto quello che poteva; poi pregò il Signore di fare scendere il fuoco dal cielo e consumare il sacrificio. Senza quel fuoco dall’alto tutto sarebbe rimasto soltanto legna umida (cf. 1 Re 18, 20 ss.).

Sono cose che, senza chiasso, cominciano a realizzarsi nella Chiesa. Ho ricevuto quest’anno la lettera del parroco di una diocesi francese. Diceva: “Da quasi tre anni il nostro Arcivescovo ci ha lanciati tutti nell’avventura missionaria e ha costituito una fraternità di missionari diocesani. Ci siamo proposti di vivere un ciclo di preparazione al battesimo nello Spirito. È stata una esperienza bellissima con 300 cristiani di tutta la diocesi, insieme con l’Arcivescovo. Poco dopo, tutte le 28 clarisse di un vicino monastero hanno chiesto di fare la stessa esperienza”.

Non si devono attendere risposte immediate e spettacolari. La nostra non è una danza del fuoco, come quella dei sacerdoti di Baal sul Carmelo. I tempi e i modi sono noti a Dio. Ricordiamo la parola di Cristo ai suoi apostoli: “Non spetta a voi conoscere tempi o momenti che il Padre ha riservato al suo potere, ma riceverete la forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi, e di me sarete testimoni a Gerusalemme, in tutta la Giudea e la Samaria e fino ai confini della terra” (Atti 1, 7- 8). L’importante è chiedere e ricevere forza dall’alto; il modo di manifestarsi va lasciato a Dio.

Questa necessità si impone particolarmente nel momento in cui la Chiesa si lancia nell’avventura sinodale. Su questo punto non c’è che da rileggere e meditare le parole pronunciate dal Santo Padre nell’omelia per l’apertura del Sinodo del 10 Ottobre scorso. In essa esortava a prendersi “un tempo per dare spazio alla preghiera, all’adorazione, a quello che lo Spirito vuole dire alla Chiesa.

Mi domando se, almeno nelle assemblee plenarie di ogni circoscrizione, locale o universale, non sia possibile designare un animatore spirituale che organizzi tempi di preghiera e di ascolto della Parola, in margine alle riunioni. “La testimonianza di Gesú è lo spirito di profezia”, dice l’Apocalisse (Ap 19,10). Lo spirito di profezia si manifesta di preferenza in un contesto di preghiera comunitaria.

Abbiamo un esempio meraviglioso di tutto ciò in occasione della prima crisi che la Chiesa ha dovuto affrontare nella sua missione di proclamare il Vangelo. Pietro e Giovanni sono arrestati e messi in prigione per aver “annunciato in Gesú la risurrezione dei morti”. Vengono rilasciati dal Sinedrio con l’ingiunzione di “non parlare in alcun modo, né di insegnare nel nome di Gesú”. Gli apostoli si trovano davanti a una situazione che si ripeterà tante volte nel corso della storia: tacere, venendo meno al mandato di Gesú, o parlare con il rischio di un intervento brutale dell’autorità che mette fine a tutto.

Che fanno gli apostoli? Si recano dalla comunità. Questa prega. Uno proclama il versetto del salmo: “Si sollevarono i re della terra e i principi si allearono insieme contro il Signore e contro il suo Cristo” (Sal 2,2). Un altro lo applica a ciò che è avvenuto nell’alleanza tra Erode e Ponzio Pilato nei confronti di Gesú. “Quand’ebbero terminato la preghiera –si legge – il luogo in cui erano radunati tremò e tutti furono colmati di Spirito Santo e proclamavano la parola di Dio con franchezza (parresia )” (cf Atti 4, 1-31). Paolo mostra che questa prassi non rimase isolata nella Chiesa: “Quando vi radunate –scrive ai Corinzi – uno ha un salmo, un altro ha un insegnamento; uno ha una rivelazione, uno ha il dono delle lingue, un altro ha quello di interpretarle” (1 Cor 14, 26).

L’ideale per ogni risoluzione sinodale sarebbe di poterla annunciare –almeno idealmente – alla Chiesa con le parole del suo primo concilio. “È parso bene allo Spirito Santo e a noi…” (Atti 15, 28). Lo Spirito Santo è l’unico che apre strade nuove, senza mai smentire le antiche. Egli non fa cose nuove, ma fa nuove le cose! Cioè, non crea nuove dottrine e nuove istituzioni, ma rinnova e vivifica quelle istituite da Gesù. Senza di lui, saremo sempre in ritardo sulla storia. “Lo Spirito Santo –diceva il Santo Padre nell’omelia ricordata – soffia in modo sempre sorprendente, per suggerire percorsi e linguaggi nuovi”. Egli –aggiungo io – è maestro di quell’ aggiornamento che san Giovanni XXIII pose a scopo del Concilio. Il Concilio doveva realizzare una nuova Pentecoste e la nuova Pentecoste deve ora realizzare il Concilio!

La Chiesa latina possiede un tesoro a questo fine: l’inno Veni Creator Spiritus. Da quando fu composto, nel secolo IX, esso è risuonato incessantemente nella cristianità, come una prolungata epiclesi su tutta la creazione e sulla Chiesa. A partire dai primi anni del secondo millennio, ogni anno nuovo, ogni secolo, ogni conclave, ogni concilio ecumenico, ogni sinodo, ogni ordinazione sacerdotale o episcopale, ogni riunione importante nella vita della Chiesa si sono aperti con il canto di questo inno. Esso si è caricato di tutta la fede, la devozione e l’ardente desiderio dello Spirito delle generazioni che lo hanno cantato prima di noi. E ora, quando viene cantato, anche dal più modesto coro dei fedeli, Dio lo ascolta così, con questa immensa “orchestrazione” che è la comunione dei santi.

 

Vi chiedo la carità, Venerabili Padri, fratelli e sorelle, di alzarvi in piedi e di cantarlo con me per invocare una rinnovata effusione dello Spirito su di noi e su tutta la Chiesa…

 

 

 

 

 

Note

 

1.In Enchiridion Fontium Historiae Ecclesiasteicae Antiquae, Herder 1965, pp.92-94.

2.Cf. H.U. von Balthasar, “Casta meretrix, in Sponsa Chnristi, Morcelliana, Brescia, 1969.

3.Bonaventura, Itinerario della mente a Dio 7,4.

4.Cf. Lutero, Sermone di Pentecoste (WA, 12, p. 568 s.).

5.Raimondo da Capua, Leggenda maggiore, 113.

6.Metropolita Ignazio di Latakia, in The Uppsala Report, Ginevra 1969, p. 298.

 

 


DIO MANDÒ SUO FIGLIO

PERCHÉ RICEVESSIOM L’ADOZIONE A FIGLI

fra Raniero CANTALAMESSA

 

1a PREDICA DI AVVENTO 2021

 

Nella Quaresima scorsa ho cercato di mettere in luce il pericolo di vivere “etsi Christus non daretur”, “come se Cristo non esistesse”. Continuando in questa linea, nelle meditazioni di Avvento vorrei attirare l’attenzione su un altro pericolo analogo: quello di vivere “come se la Chiesa non fosse che questo”, e cioè scandali, controversie, scontro di personalità, pettegolezzi o al massimo qualche benemerenza nel campo sociale. In breve, cosa di uomini come tutto il resto nel corso della storia.

 

Quello che mi propongo è di mettere in luce lo splendore interiore della Chiesa e della vita cristiana. Non per chiudere gli occhi sulla realtà dei fatti o per sottrarci alle nostre responsabilità, ma per affrontarle nella prospettiva giusta e non lasciarci schiacciare da esse. Non possiamo chiedere ai giornalisti e ai media di tenere conto di come la Chiesa interpreta se stessa (anche se sarebbe auspicabile che lo facessero), ma la cosa più grave sarebbe se anche noi uomini di Chiesa e ministri del Vangelo finissimo per perdere di vista il mistero che abita la Chiesa e ci rassegnassimo a giocare sempre fuori casa, in trasferta e sulla difensiva.

 

“Noi abbiamo questo tesoro in vasi di creta”, ha scritto l’Apostolo parlando dei ministri del Vangelo (2 Cor 4,7). Questo è verissimo, ma sarebbe da stolti passare tutto il tempo a discutere del “vaso di creata”, dimenticando “il tesoro” che vi è dentro. L’Apostolo ci aiuta a cogliere addirittura il positivo che c’è in tale situazione. Questo, dice, avviene “affinché appaia che questa straordinaria potenza appartiene a Dio, e non viene da noi (2 Cor 4,7).

 

Succede con la Chiesa come con le vetrate di una cattedrale. (Io ne ho fatto l’esperienza visitando quella di Chartres). Se uno guarda le vetrate dall’esterno, dalla pubblica via, non vede che pezzi di vetro scuro tenuti insieme da strisce di piombo altrettanto scure. Ma se si entra dentro e si guardano quelle stesse vetrate contro luce, che splendore di colori, di storie e di significati davanti ai nostri occhi! Ecco, noi ci proponiamo di guardare la Chiesa da dentro, nel senso più forte della parola, alla luce del mistero di cui è portatrice.

 

In Quaresima ci ha fatto da guida il dogma calcedonese di Cristo vero uomo, vero Dio e una persona. Al presente ci farà da guida uno dei testi liturgici più tipici dell’Avvento, e cioè Galati 4, 4-7. Esso dice:

 

Quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli. E che voi siete figli lo prova il fatto che Dio mandò nei nostri cuori lo Spirito del suo Figlio, il quale grida: «Abbà! Padre!». Quindi non sei più schiavo, ma figlio e, se figlio, sei anche erede per grazia di Dio.”

 

Nella sua brevità, questo brano è una sintesi di tutto il mistero cristiano. C’è presente la Trinità: Dio Padre, il Figlio suo e lo Spirito Santo; c’è l’incarnazione: “Dio mandò suo Figlio”; tutto questo non in astratto e fuori del tempo, ma in una storia di salvezza: “nella pienezza del tempo”. Non manca neppure la presenza, discreta ma essenziale, di Maria: “nato da donna”. C’è finalmente il frutto di tutto ciò: uomini e donne resi figli di Dio e tempio dello Spirito Santo.

 

Figli di Dio!

 

In questa prima meditazione riflettiamo sulla prima parte del testo: “Dio mandò il suo Figlio, perché ricevessimo l’adozione a figli”. La paternità di Dio è al cuore stesso della predicazione di Gesú. Anche nell’Antico Testamento Dio è visto come padre. La novità è che ora Dio non è visto tanto come “padre del suo popolo Israele”, in senso per così dire collettivo, ma come padre di ogni essere umano, giusto o peccatore che sia: in senso dunque individuale e personale. Si preoccupa di ognuno come fosse l’unico; di ognuno conosce i bisogni, i pensieri e conta persino i capelli del capo.

 

L’errore della Teologia liberale, a cavallo tra il secolo XIX e il XX (soprattutto nel suo più illustre rappresentate, Adolf von Harnack), è stato quello di fare di questa paternità l’essenza del Vangelo, prescindendo dalla divinità di Cristo e dal mistero pasquale. Un altro errore (iniziato con l’eresia di Marcione nel II secolo e mai del tutto superato) è di vedere nel Dio dell’Antico Testamento un Dio giusto, santo, potente e tonante, e nel Dio di Gesú Cristo, un Dio papà tenero, affabile e misericordioso.

 

No, la novità di Cristo non consiste in questo. Consiste piuttosto nel fatto che Dio, rimanendo quello che era nell’Antico Testamento e cioè tre volte santo, giusto e onnipotente, viene ora dato a noi come papà! È questa l’immagine fissata da Gesú all’inizio del Padre nostro e che contiene in nuce tutto il resto: “Padre nostro che sei nei cieli”: “che sei nei cieli”, cioè che sei altissimo, trascendente, che disti da noi quanto il cielo dalla terra; ma “padre nostro”, anzi nell’originale “Abba!”, qualcosa di simile al nostro papà, padre mio.

 

È anche l’immagine di Dio che la Chiesa ha posto all’inizio del suo credo. “Credo in Dio, Padre onnipotente”: padre, ma onnipotente; onnipotente, ma padre. È questo, del resto, ciò di cui ogni figlio ha bisogno: di avere un padre che si china su di lui, che sia tenero, con cui può giocare, ma che sia, al tempo stesso, forte e sicuro per proteggerlo, infondergli coraggio e libertà.

 

Nella predicazione di Gesù si comincia a intravedere la vera novità che cambierà tutto. Dio non è solo padre in senso metaforico e morale, in quanto ha creato e ha cura del suo popolo. È anche – e prima di tutto – padre vero e naturale, di un figlio vero e naturale che ha generato “prima dell’aurora”, cioè prima dell’inizio del tempo, e sarà grazie a questo Figlio unico che gli uomini potranno diventare anch’essi figli di Dio in senso reale e non solo metaforico. Questa novità traspare dal titolo Abbà con cui Gesù si rivolge abitualmente al Padre, come pure dalle parole: “Nessuno conosce il Padre se non il Figlio e colui al quale il Figlio lo voglia rivelare” (Mt 11, 27).

 

Si deve prendere atto tuttavia che nella predicazione del Gesú terreno non appare ancora tutta la novità recata da lui circa la paternità di Dio nei confronti degli uomini. L’ambito di applicazione del titolo “Padre” resta quello morale; serve cioè a definire il modo di agire di Dio nei confronti dell’umanità e il sentimento che gli uomini devono nutrire nei confronti di Dio. Il rapporto è di tipo esistenziale, non ancora ontologico ed essenziale. Per questo occorreva il mistero pasquale della sua morte e risurrezione.

 

Paolo riflette questo stadio post-pasquale della fede. Grazie alla redenzione operata da Cristo e applicata a noi nel battesimo, noi non siamo più figli di Dio in senso solo morale, ma anche reale, ontologico. Noi siamo divenuti “figli nel Figlio”; Cristo è divenuto “il primogenito tra molti fratelli” (Rom 8,29).

 

Per esprimere tutto ciò l’Apostolo si serve dell’idea della adozione: “…perché ricevessimo l’adozione a figli”, “Ci ha predestinati a essere suoi figli adottivi” (Ef 1, 5). Questa è solo una analogia e, come ogni analogia, insufficiente ad esprimere la pienezza del mistero. L’adozione umana in se stessa è un fatto giuridico. Il figlio adottivo assume il cognome, la cittadinanza, la residenza di colui che lo adotta, ma non condivide il loro sangue o il DNA del padre; non ci sono stati concepimento, doglie e parto. Per noi non è così. Dio non ci trasmette solo il nome di figli, ma anche la sua vita intima, il suo Spirito che è, per così dire, il suo DNA. Per il battesimo, in noi scorre la vita stessa di Dio.

 

Su questo punto, Giovanni è più ardito di Paolo. Egli non parla di adozione, ma di vera e propria generazione, di nascita da Dio. Quelli che hanno creduto in Cristo “sono stati generati da Dio” (Gv 1, 13); nel battesimo si realizza una nascita “dallo Spirito”, si “rinasce dall’alto” (cf. Gv 3, 5-6).

 

 

Dalla fede allo stupore

 

Fin qui le verità della nostra fede. Non è su di esse però che vorrei insistere. Sono cose che conosciamo e che possiamo leggere in qualsiasi manuale di teologia biblica, nel Catechismo della Chiesa Cattolica e nei libri di spiritualità… Qual è allora la cosa diversa che ci prefiggiamo con questa riflessione?

 

Parto, per scoprirla, da una frase del nostro Santo Padre nella catechesi sulla Lettera ai Galati dell’udienza generale dell’8 Settembre scorso. Dopo aver citato il nostro testo sull’adozione a figli, egli aggiungeva: “Noi cristiani diamo spesso per scontato questa realtà di essere figli di Dio. È bene invece fare sempre memoria grata del momento in cui lo siamo diventati, quello del nostro battesimo, per vivere con più consapevolezza il grande dono ricevuto”.

 

Ecco, questo è il nostro pericolo mortale: dare per scontate le cose più sublimi della nostra fede, compresa quella di essere nientemeno che figli di Dio, del creatore dell’universo, dell’onnipotente, dell’eterno, del datore della vita. San Giovanni Paolo II, nella sua lettera sull’Eucaristia, scritta poco prima della sua morte, parlava dello “stupore eucaristico” che i cristiani dovrebbero riscoprire . Lo stesso dobbiamo dire della figliolanza divina: passare dalla fede allo stupore. Oserei dire: dalla fede all’incredulità! Una incredulità tutta speciale: quella di chi crede, senza potersi capacitare di quello che crede, tanto gli sembra cosa enorme, “incredibile”.

 

Essere figli di Dio comporta infatti una conseguenza che si osa appena formulare, tanto essa è da capogiro. Grazie ad essa, il divario ontologico che separa Dio dall’uomo è minore del divario ontologico che separa l’uomo dal resto del creato! Sì, perché per grazia noi diventiamo “partecipi della natura divina” (2 Pt 1,4).

 

Un esempio servirà meglio di tanti ragionamenti a capire cosa significa non dare per scontato l’essere figli di Dio. Dopo la sua conversione, santa Margherita da Cortona trascorse un periodo di terribile desolazione. Dio sembrava adirato con lei e a tratti le faceva tornare alla memoria, uno ad uno, tutti i peccati commessi fin nei minimi dettagli, facendole desiderare di scomparire dalla faccia della terra. Un giorno, dopo la comunione, una voce si levò improvvisa dentro di lei: “Figlia mia!”. Lei che aveva resistito alla visione di tutte le sue colpe, non resistette alla dolcezza di questa voce, cadde in estasi e durante l’estasi i testimoni presenti la sentivano ripetere fuori di sé dallo stupore:

 

Sono sua figlia, egli l’ha detto. O infinita dolcezza del mio Dio! O parola così a lungo desiderata! Così insistentemente chiesta! Parola la cui dolcezza supera ogni dolcezza! Oceano di gioia! Figlia mia! L’ha detto il mio Dio! Figlia mia! .

 

Ben prima di santa Margherita aveva sperimentato questa stessa folgorazione l’apostolo Giovanni: “Vedete –scriveva – quale grande amore ci ha dato il Padre per essere chiamati figli di Dio. E lo siamo realmente!” (1 Gv 3, 1). Una frase, questa, chiaramente da leggere con punto esclamativo.

 

Slegare il proprio battesimo

 

Perché è così importante passare dalla fede allo stupore, dalla fede creduta (la fides quae) alla fede credente (fides qua)? Non basta credere e basta? No, e per un motivo molto semplice: perché questo –e questo soltanto – cambia veramente la vita!

 

Cerchiamo di vedere qual è il cammino che porta a questo nuovo livello di fede. Il Santo Padre, abbiamo sentito, invitava a tornare al proprio battesimo. Per capire come un sacramento ricevuto tanti anni fa, spesso agli inizi della vita, possa improvvisamente tornare a rivivere e a sprigionare energia spirituale, bisogna tener presenti alcuni elementi di teologia sacramentaria.

 

La teologia cattolica conosce l’idea di sacramento valido e lecito, ma “legato”. Il battesimo è spesso proprio un sacramento legato. Un sacramento si dice “legato” se il suo frutto rimane vincolato, non usufruito, per mancanza di certe condizioni che ne impediscono l’efficacia. Un esempio estremo è il sacramento del matrimonio o dell’ordine sacro ricevuti in stato di peccato mortale. In queste condizioni, tali sacramenti non possono conferire nessuna grazia alle persone. Rimosso però l’ostacolo del peccato con una buona confessione, si dice che il sacramento rivive (reviviscit) grazie alla fedeltà e alla irrevocabilità del dono di Dio, senza bisogno di ripetere il rito sacramentale .

 

Quello del matrimonio o dell’ordine sacro è, dicevo, un caso estremo, ma sono possibili altri casi in cui il sacramento, pur non essendo del tutto legato, non è però neppure del tutto sciolto, cioè libero di operare i suoi effetti. Nel caso del battesimo, che cosa fa sì che il frutto del sacramento resti legato? I sacramenti non sono riti magici che agiscono meccanicamente, all’insaputa dell’uomo, o prescindendo da ogni sua collaborazione. La loro efficacia è frutto di una sinergia, o collaborazione, tra l’onnipotenza divina (in concreto: la grazia di Cristo o lo Spirito Santo) e la libertà umana.

 

Tutto ciò che nel sacramento dipende dalla grazia e dalla volontà di Cristo si chiama “l’opera operata” (opus operatum)”, cioè opera già realizzata, frutto oggettivo e immancabile del sacramento, quando è amministrato validamente; tutto ciò, invece, che dipende dalla libertà e dalle disposizioni del soggetto si chiama “l’opera da operare” (opus operantis), cioè l’opera da realizzare, l’apporto dell’uomo.

 

La parte di Dio o la grazia del battesimo è molteplice e ricchissima: figliolanza divina, remissione dei peccati, inabitazione dello Spirito Santo, virtù teologali di fede, speranza e carità infuse in germe nell’anima. L’apporto dell’uomo consiste essenzialmente nella fede! “Chi crederà e sarà battezzato sarà salvo” (Mc 16,16). C’è un sincronismo perfetto tra grazia e libertà; avviene come quando i due poli, positivo e negativo, si toccano e fanno così sprigionare la luce.

 

Nel battesimo ricevuto da bambini (ma anche in quello ricevuto da adulti, se non è stato accompagnato da intima convinzione e partecipazione), questo sincronismo viene a mancare. Non si tratta di abbandonare la pratica del battesimo dei bambini. La Chiesa l’ha sempre giustamente praticata e difesa, vedendo nel battesimo un dono di Dio, prima ancora che il frutto di una decisione umana. Si tratta piuttosto di prendere atto di ciò che questa pratica comporta nella nuova situazione storica in cui viviamo.

 

Una volta, quando tutto l’ambiente era cristiano e impregnato di fede, questa fede poteva sbocciare, anche se gradualmente. L’atto di fede libero e personale veniva “supplito dalla Chiesa” ed espresso, come per interposta persona, dai genitori e dai padrini. Ora non è più così. L’ambiente in cui il bambino cresce non è tale da aiutarlo a far sbocciare in lui la fede; non lo è spesso la famiglia, non lo è ancora più spesso la scuola, e meno che meno la società e la cultura.

 

Ecco perché parlavo del battesimo come di un sacramento “legato”. Esso è come un ricchissimo pacco-dono, rimasto però sigillato, come certi regali natalizi dimenticati da qualche parte, prima ancora di essere stati aperti. Chi lo possiede ha i “titoli” per compiere tutti gli atti necessari alla vita cristiana e trarne anche un certo frutto, sebbene parziale, ma non possiede la pienezza della realtà. Nel linguaggio di sant’Agostino, possiede il sacramento (sacramentum), ma non – almeno pienamente – la realtà di esso (la res sacramenti).

 

Se noi siamo qui a meditare su questo, vuol dire che abbiamo creduto, che in noi la fede si è aggiunta al sacramento. Che cosa dunque ci manca ancora? Ci manca la fede-stupore, quello sgranare gli occhi e quell’ Oh! di meraviglia nell’aprire il regalo che è la ricompensa più gradita per chi ha fatto il dono. Il battesimo – dicevano i Padri greci – è “illuminazione” (photismos). Si è prodotta qualche volta in noi questa illuminazione?

 

Ci domandiamo: è possibile –anzi, è lecito – aspirare a questo diverso livello di fede in cui non solo si crede, ma si sperimenta e si “assapora” la verità creduta? La spiritualità cristiana è stata spesso accompagnata da una riserva, o addirittura (come nel caso dei Riformatori) da un rifiuto della dimensione esperienziale e mistica della vita cristiana, vista come cosa inferiore e contraria alla pura fede. Ma, nonostante gli abusi che pure ci sono stati, nella tradizione cristiana non è mai venuta meno la corrente sapienziale che pone l’apice della fede nell’”assaporare” la verità delle cose credute, nel “gusto” della verità, compreso il gusto amaro della verità della croce.

 

Nel linguaggio biblico, conoscere non significa avere l’idea di una cosa che però resta fuori e separata da me; significa entrare in relazione con essa, farne l’esperienza. (Si parla perfino di un conoscere la propria moglie, o conoscere la perdita dei figli!). L’evangelista Giovanni esclama: “Noi abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha per noi” (1 Gv 4, 16) e ancora: “Noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio” (Gv 6, 69). Perché “conosciuto e creduto”? Cosa aggiunge “conosciuto” a “creduto”? Aggiunge quella certezza interiore per cui la verità si impone allo spirito e si è costretti ad esclamare dentro di sé: “Sì, è vero, non c’è dubbio, è proprio così!” La verità creduta si fa realtà vissuta. “Fides non terminatur ad enuntiabile sed ad rem”, ha scritto san Tomaso d’Aquino: “La fede non termina all’enunciato, ma alla realtà” . Non si finisce mai di scoprire le conseguenze pratiche che derivano da questo principio.

 

Il ruolo della parola di Dio

 

Come rendere possibile questo salto di qualità dalla fede allo stupore di saperci figli di Dio? La prima risposta è: la parola di Dio! (C’è un secondo mezzo ugualmente essenziale – lo Spirito Santo – ma lo lasciamo per la prossima meditazione). San Gregorio Magno paragona la Parola di Dio alla pietra focaia, cioè alla pietra che serviva un tempo per produrre scintille e accendere il fuoco. Bisogna, diceva, fare con la Parola di Dio quello che si fa con la pietra focaia: percuoterla ripetutamente finché non si produce la scintilla. Ruminarla, ripetersela, anche a voce alta.

 

In un tempo di preghiera o di adorazione proviamo a ripetere dentro di noi, senza stancarci e con vivo desiderio: “Figlio di Dio! Sono figlio, sono figlia di Dio. Dio è mio padre!” O dire semplicemente: “Padre nostro che sei nei cieli”, ripetendolo a lungo, senza andare oltre. Qui è più che mai necessario ricordare le parole di Gesú: “Bussate e vi sarà aperto” (Mt 7,7). Presto o tardi, quando forse meno te l’aspetti, succederà: la realtà delle parole, fosse solo per un istante, ti esploderà dentro e ti basterà per il resto della vita. Ma anche se non dovesse succedere nulla di eclatante, sappi che hai ottenuto l’essenziale; il resto ti sarà dato in cielo. Infatti, “noi, fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è” ( 1 Gv 3, 2).

 

Fratelli tutti!

 

Un risultato immediato di tutto ciò è che si prende coscienza della propria dignità. “Riconosci, o cristiano, la tua dignità –ci esorterà san Leone Magno nella notte di Natale – e, reso partecipe della natura divina, non volere tornare all’abiezione di un tempo” Quale dignità ci può essere superiore a quella di essere figlio di Dio? Si narra che la figlia di un re di Francia, orgogliosa e bisbetica, redarguiva continuamente una sua ancella e un giorno le gridò in faccia: “Non sai che io sono la figlia del tuo re?” Al che l’ancella rispose: “E tu non sai che io sono la figlia del tuo Dio?”

 

Un altro risultato – ancora più importante – è che si prende coscienza della dignità degli altri, anch’essi figli e figlie di Dio. Per noi cristiani, la fraternità umana ha la sua ragione ultima nel fatto che Dio è padre di tutti, che noi siamo tutti figli e figlie di Dio e perciò fratelli e sorelle tra di noi. Non ci può essere un vincolo più forte di questo, e, per noi cristiani, una ragione più urgente per promuovere la fraternità universale. San Cipriano diceva: “Non può avere Dio per padre chi non la Chiesa per madre” . Dobbiamo aggiungere: “Non può avere Dio per padre chi non ha il prossimo per fratello”.

 

Una cosa perciò cercheremo di non fare più. Non diremo, neppure tacitamente, a Dio Padre: “Scegli: o me, o il mio avversario; dichiara da che parte stai!”. Non si può imporre a un padre questa alternativa crudele di scegliere tra due figli, solo perché essi sono in lite tra di loro. Non tenteremo perciò Dio, chiedendogli di sposare la nostra causa contro il fratello.

 

Quando saremo in contrasto con qualcuno, prima ancora di far valere e discutere il nostro punto di vista (che pure è lecito e qualche volta doveroso), diremo a Dio: “Padre, salva quel mio fratello, salvaci tutti e due; non desidero che io abbia ragione e lui torto. Desidero che anche lui sia nella verità, o almeno nella buona fede”. Questa misericordia degli uni verso gli altri è indispensabile per vivere la vita dello Spirito e la vita comunitaria in tutte le sue forme. È indispensabile per la famiglia e per ogni comunità umana e religiosa, compresa la Curia Romana. Noi, dice S. Agostino, siamo vasi di argilla: ci facciamo del male solo toccandoci.

 

Abbiamo ricordato sopra le esclamazioni di santa Margherita da Cortona al sentirsi interiormente chiamare da Dio “figlia mia”: “Sono sua figlia, egli l’ha detto… Oceano di gioia! Figlia mia! l’ha detto il mio Dio! Figlia mia!” Potessimo una volta sperimentare qualcosa di simile, ascoltando quella stessa voce di Dio, non risuonante, come per lei, nella nostra mente (che si può ingannare!), ma scritta, nero su bianco, nella pagina della Bibbia che stiamo meditando: “Dunque, non sei più schiavo, ma figlio. E se figlio, anche erede!”

 

Lo Spirito Santo, vedremo a Dio piacendo la prossima volta, è pronto ad aiutarci in questa impresa.

 

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note

 

1.Giovanni Paolo II, Ecclesia de Eucharistia, 6.

2.Giunta Bevegnati, Vita e miracoli della Beata Margherita da Cortona, II, 6 (Trad. ital. Vicenza 1978, p. 19 s.).

3.Cf. A. Michel, Reviviscence des sacrements, in DTC, XIII,2, Parigi 1937, coll. 2618-2628.

4.Summa theologiae, II-II, 1, 2, ad 2.

5.Gregorio Magno, Omelie su Ezechiele, I,2,1.

6,Leone Magno, Discorso 1 sul Natale, 3.

7.Cipriano, De unitate Ecclesiae, 6.

 

8.Agostino, Discorsi, 69 (PL 38, 440) (lutea vasa sibi invicem angustias facientes).