DIO CI BENEDICA CON LA LUCE DEL SUO VOLTO

1 gennaio 2016

 

 

Le prime parole della Liturgia della Parola in questo inizio d’anno, sono un piccolo tesoro di consolazione e di forza. Dio comanda ad Aronne, ai suoi figli e ai sacerdoti di sempre, a ogni credente: «Così benedirete gli Israeliti!».

 

Cerchiamo di tenere questo comando come un piccolo lume sempre acceso: cioè di trovare e dire parole buone, scoprire e dire il bene della vita, il bene dell’uomo, il bene dei giorni. E potessimo benedirci in ogni famiglia, per quanto sia difficile, in ogni comunità, benedirci con le parole, con i pensieri, dire all’altro che mi è vicino: «Io ti benedico, tu sei benedizione di Dio per me».

 

Dio stesso ordina le parole, quelle e non altre. E sono parole bellissime: «Ti benedica il Signore e ti protegga, faccia brillare il suo volto su di te. Il Signore illumini per te il suo volto». Immaginare, ed è solo un aiuto per la nostra povera mente, immaginare che Dio abbia un volto luminoso, significa affermare che Dio ha un cuore di luce, che in lui non c’è ombra, che per nessuno ci sarà la notte per sempre.

 

Auguro a tutti di scoprire in quest’anno che viene un Dio luminoso, un Dio solare, ricco non di troni e di poteri, ma il cui più vero tabernacolo è la luminosità di un volto, un Dio che ti benedice, il Dio che fa festa per il figlio pentito (Lc 15, 6.9.23-24), il Dio dalle grandi braccia e dal volto di luce.

L’augurio che Dio rivolge a ciascuno, oggi, è di scoprire il suo volto luminoso. E poi a nostra volta di diventare persone luminose, seguendo bontà e bellezza, e di vivere accanto - ecco l’augurio grande - a persone luminose, nella nostra famiglia, nelle comunità, nei luoghi di lavoro, la fortuna di vivere accanto a persone luminose, che sono la benedizione di un Dio a sua volta luminoso. Dio ti benedice ponendoti accanto persone dal volto e dal cuore pieni di luce, che sanno vivere bontà e bellezza.

 

Continua ancora la benedizione così: «Il Signore ti faccia grazia» Dicono gli esegeti che questa espressione indica il chinarsi di Dio, l’avvicinarsi del Signore, il suo curvarsi amoroso su di te. «Rivolga a te il suo volto.» Che cosa ci riserverà l’anno che viene? Non lo so. Non conosco le sorprese, belle o tristi, che incontreremo, non so il lamento, il dubbio, il perché. Di una cosa sono certo: il Signore si chinerà su di me. Posso andare lontano, prevedere fatiche nuove, ma potrò affrontare ciò che verrà perché Dio si curverà su di me, sarà il mio arco di cielo, sarà il mio confine, sarà la mia luce.

Non so che cosa sarà di me; so solamente che Dio si chinerà su di me. Curvo su di me perché non gli sfugga un solo sospiro, perché non vada perduto alcun tremore. E io gli dirò: «Non ti lascerò se non mi avrai benedetto» (Gen 32, 27). Siamo qui a ripetere le parole di Giacobbe che lotta con l’angelo: «Non ti lascerò se non mi avrai benedetto». Siamo qui a ripetere l’insistenza della vedova del Vangelo (Lc 18, 1-6), ci teniamo stretti a Dio finché non ci benedica, non per strappare qualcosa che gli costa concederci, ma perché Dio ha desiderio del nostro desiderio, Dio desidera che abbiamo desiderio di lui.

 

Forse non conosciamo più la preghiera insistente, propria dei primi cristiani, quando «una preghiera incessante saliva a Dio da tutta la Chiesa» (At 12, 5). Non conosciamo più la perseveranza nell’orazione, mentre dei primi cristiani si dice che «erano perseveranti nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli, nello spezzare il pane e nella preghiera» (At 2, 42). Abbiamo dimenticato il triplice comando di Gesù: «cercate, chiedete, bussate» (Mt 7, 7).

 

Non conosciamo più la lotta con l’angelo (cfr Gen 32, 25ss) e ci pare di avere solo diritti. Anche della misericordia di Dio abbiamo diritto. Ma il dramma è che non ne abbiamo più desiderio e non ci fermiamo ad accoglierla.

 

«Io non ti lascerò andare», non uscirò da questo luogo, Signore, «se non mi avrai benedetto», perché ho bisogno della tua benedizione, un bisogno che mi fa soffrire. «Non ti lascerò in pace, non ti lascerò andare, non ti lascerò tranquillo finché non mi avrai benedetto.» Sapessimo riscoprire l’insistenza, la perseveranza, la lotta con l’angelo nell’orazione. Solo dopo questa lotta staremo bene, noi e Dio. Solo lottando staremo in pace, noi e Dio.

 

Così termina la benedizione di Aronne: «Il Signore ti conceda pace». Pace è innanzitutto il contrario della paura. Pace è il bambino in braccio a sua madre. La parola che gli Ebrei usano è shalom, ricchissima di senso, che non indica solo la fine delle guerre, ma indica gioia, armonia, giustizia, qualcosa che si diffonde nell’intera vita della società a partire da Dio e da me. Qualcosa che ti fa responsabile d’altri.

 

Il modo per avere pace, per abitare il mondo con pace, ci è indicato dal Vangelo, nella via di Maria e nella via dei pastori.

«Maria conservava e meditava nel cuore» (Lc 2, 19): ecco un modo di essere perseveranti, insistenti nella preghiera. Conservava e meditava tutto ciò che era accaduto. La storia di un figlio è scritta prima di tutto nel cuore di sua madre. Conservare è qualcosa che tutti possiamo fare. Conservare è il verbo che salva il passato, che salva la gratitudine e il gesto e la parola buona che ieri abbiamo ricevuto. Meditare salva il presente e dà profondità al domani.

Prepariamoci anche noi ad accogliere l’anno nuovo, il futuro di Dio, e a conservare ciò che abbiamo vissuto. Oggi, giorno aperto sul futuro, conserviamo e meditiamo le nostre annunciazioni, le nostre fecondità, le nostre verginità riconquistate. Conserviamo e meditiamo tutte le ragioni della speranza in un Dio che si chinerà su di noi giorno dopo giorno, dicendo per il passato: "Grazie" e per il futuro: "Si, Signore! ". E poi benedicendoci l’un l’altro e insieme benedicendo Dio.

 

La seconda via è quella dei pastori, che «tornano lodando e glorificando e testimoniando». Di fronte all’annuncio del Natale, allora, dimentichiamo tutta la liturgia laica che presiede a questi giorni: alberi e regali, luminarie e auguri. Dimentichiamo per conservare ciò che vale, per meditare su ciò che conta, con la capacità degli abitanti di Betlemme e dei pastori di stupirci della fede, e con il dono, il miracolo di riuscire a stupire qualcuno imparando a raccontare una storia che è il racconto del cielo che si è fatto vicino, raccontando il volto di Dio, parlando del suo volto di luce, imparando a benedire.

 

E come oggi ricomincia il grande ciclo dell’anno, così noi ricominciamo da capo la nostra avventura, con fiducia verso figli più felici, verso meno buio, meno fango, meno sangue.

 

Buon anno, allora, a ciascuno, ma buono della bontà di Dio: buono di bontà e bellezza, che sono la sorgente della luce.

«Dio ti benedica con la sua luce, faccia risplendere su di te il suo volto, si curvi su di te e ti dia vita.»

Amen.