note sulla MISERICORDIA (1)

In quello straordinario capolavoro di ironia che è il libro di Giona, c’è un momento in cui il profeta, per l’ennesima volta, è preso in contropiede da Dio. A fronte del primo appello celeste, Giona aveva preso una nave per fuggire lontano dal Signore; riacciuffato dall’Onnipotente, mentre viaggiava per mare, era finito nel ventre di una balena, per poi ascoltare di nuovo l’appello di Dio; rassegnato aveva obbedito, pronunciando parole minacciose: “Ancora quaranta giorni e Ninive sarà distrutta“ (Giona 3,4). Quelle parole, forse addirittura colme dell’ira del profeta, avevano provocato una grande impressione, al punto che tutti, dal re fino agli animali, si erano convertiti. Il decreto era chiaro: Uomini e animali, armenti e greggi non gustino nulla, non pascolino, non bevano acqua. Uomini e animali si coprano di sacco, e Dio sia invocato con tutte le forze; ognuno si converta dalla sua condotta malvagia e dalla violenza che è nelle sue mani (Giona 3,7-8).

Quel mutamento, accompagnato da una domanda: “Chi sa che Dio non cambi, si ravveda, deponga il suo ardente sdegno e noi non abbiamo a perire?” (Giona 3,9), aveva avuto effetto proprio sul cuore di Dio che “si ravvide riguardo al male che aveva minacciato di fare loro e non lo fece” (Giona 3,10).

Per Giona, quella decisione divina fu un duro colpo: che figura ci faceva lui, il profeta, di fronte a tanta gente? Risentito, così si era espresso, rivolgendosi a Dio: Signore, non era forse questo che dicevo quand’ero nel mio paese? Per questo motivo mi affrettai a fuggire a Tarsis; perché so che tu sei un Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira, di grande amore e che ti ravvedi riguardo al male minacciato (Giona 4,2).

Ormai al termine della narrazione Giona finalmente esprime la ragione delle sue fughe e della sua ritrosia a predicare in nome di Dio. Giona è scappato perché sapeva bene che Dio perdona ed è misericordioso e proprio questa caratteristica di Dio lo infastidiva molto.

Forse in nessun altro libro della Scrittura si esprime con tanta chiarezza quanto sia grande la misericordia del Signore, ma soprattutto quanto essa imponga un radicale mutamento di mentalità, sovvertendo interamente la scala dei valori. Giona questo lo sapeva bene, fin dall’inizio, e la cosa gli pesava infinitamente

La misericordia di Dio non ha nulla di sdolcinato, nulla che somigli ad un colpo di spugna sulla lavagna, nulla che equivalga alla dissimulazione o alla dimenticanza. Accogliere la misericordia di Dio chiede, come Giona ha perfettamente capito ma caparbiamente non ha accettato, un modo differente di pensare, chiede, cioè, di abbandonare una serie di criteri di discernimento per assumerne altri. La cosa, quando è vera, non è indolore,

Ma torniamo sulle parole di Giona a Dio (cfr Giona 4,2). Il profeta fa una vera e propria professione di fede, alludendo ad un testo notissimo e forse ormai parte integrante della liturgia del suo tempo. Quel testo è la grande proclamazione che Dio fa di se stesso di fronte a Mosè, sul monte Sinai. Affermava il Signore Il Signore, il Signore, Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di amore e di fedeltà, che conserva il suo amore per mille generazioni, che perdona la colpa, la trasgressione e il peccato, ma non lascia senza punizione, che castiga la colpa dei padri nei figli e nei figli dei figli fino alla terza e alla quarto generazione (Es 34,6-7).

Poniamo l’accento solo su alcune parole qui utilizzate. Anzitutto “misericordioso”: il termine propriamente designa lo viscere (cioè il grembo materno), ma in senso traslato esprime quel sentimento intimo, profondo e amoroso che unisce due persone per ragioni di sangue o di cuore, come la madre col figlio (cfr Is 49,15, 1 Re 3,26) o due fratelli (cfr Gen 43,30). Un tale legame è posto nel luogo più nascosto  e intimo (le viscere) e si esprime in un sentimento aperto ad ogni tenerezza, trasformandosi in atti di compassione e perdono.
Il secondo termine, “pietoso”, indica l’infinita bontà di Dio, ancora più rilevante perché gratuita e spesso immeritata. Il termine “amore” fa quasi un tutt’uno con “fedeltà”: insieme esprimono la tenerezza che perdona, cui si unisce la permanenza nella storia, la quale supera l’emotività di un momento. Tale amore non può ignorare la giustizia: se Dio non può chiudere gli occhi sul peccato degli uomini e non rinuncia a punirlo, tuttavia concede loro tempo e spazio per la conversione e il perdono, essendo “lento all’ira”.

La tradizione ebraica ha profondamente meditato su questa caratteristica di Dio, fino al punto di pensare alla creazione proprio secondo i termini della misericordia. Afferma un celebre testo:
Questo mondo abitato dall’uomo non fu la prima tra le cose terrene create da Dio. Egli aveva già fatto più mondi, ma li aveva distrutti uno dopo l’altro perché di nessuno era stato soddisfatto sinché non ebbe creato il nostro. Neppure quest’ultimo mondo però sarebbe durato, se Dio avesse mantenuto il Suo proposito originario di governarlo secondo un rigoroso principio di giustizia. Soltanto quando vide che la giustizia da sola avrebbe portato il mondo alla distruzione, Egli le affiancò la clemenza e le fece governare insieme. Sin dal principio di tutte le cose prevalse così la benevolenza divina, senza la quale nulla avrebbe potuto continuare a esistere. Non fosse stato per tale benevolenza, le miriadi di spiriti maligni avrebbero ben presto posto fine alle generazioni degli uomini. [L. GINZBERG, Le leggende degli ebrei. L Dalla creazione al diluvio, Biblioteca Adelphi 314, Adelphi, Milano 1995, p.24].

Si tratta di una leggenda ma non sfugge il suo profondo significato: a presiedere all’ordine del mondo messo in opera da Dio non sta solo il principio della giustizia, ma pure quello della misericordia. Se così non fosse non ci sarebbe vita sulla terra, il nostro mondo sarebbe già stato distrutto da secoli.