note sulla MISERICORDIA (2)


L’evangelista Luca fa della misericordia uno dei cardini del suo Vangelo. All’inizio della narrazione annuncia il tema per mezzo del linguaggio poetico degli inni posti in bocca a Maria (il Magnificat) e a Zaccaria (il Benedictus). Poi sviluppa un triplice discorso intrecciato: la misericordia di Gesù, la misericordia del Padre, infine la misericordia che ispira il comportamento dei discepoli.
Quasi a preannunciare il tema è la nascita del Battista, salutata da sua madre Elisabetta come una manifestazione del Signore (cfr 1,11); quando il bambino viene alla luce “i vicini e i parenti udirono che il Signore aveva manifestato in lei la sua grande misericordia, e si rallegravano con lei” (1,58). Ma la rivelazione piena della misericordia di Dio è nella nascita di Gesù. Essa è salutata da Maria nel suo cantico di lode come offerta di salvezza fatta da Dio al popolo eletta: “Ha soccorso Israele, suo servo, ricordandosi della sua misericordia” (1,54). Le fa eco Zaccaria, padre di Giovanni, che inneggia al “Dio d’Israele, perché ha visitato e redento il suo popolo” (1,68). Nell’evento della nascita del Salvatore si realizzano le promesse fatte a Israele: “Così egli ha concesso misericordia ai nostri padri e si è ricordato della sua santa alleanza, del giuramento fatto ad Abramo, nostro padre” (1,72-73).
Il linguaggio poetico ha la forza di esprimere l’invisibile, al di là delle parole. Ne consegue che il momento in cui Luca dà spazio alla poesia, il segnale offerto al lettore è forte: v’è qui il passaggio verso qualcosa che non può essere raccontato ma solo cantato e celebrato, in quanto si tratta del personale incontro con Dio. Maria e Zaccaria riconoscono e celebrano l’intervento misericordioso di Dio nella propria esistenza: tale intervento non può che essere cantato.

Luca fa iniziare il ministero di Gesù a Nàzaret (cfr 4,16-30): l’episodio ha un forte ruolo prospettico. Il programma cristologico è come sintetizzato nello svolgersi di questo racconto: la proclamazione messianica si fonda sulle Scritture, c’è un forte legame con lo Spirito, il lieto annuncio ai poveri prefigura lo stile di Gesù, l’esempio delle azioni profetiche a favore della vedova di Sarepta e di Naaman il Siro anticipano l’elezione dei pagani, il rifiuto opposto a Gesù adombra la passione, il suo congedo rivela che Gesù domina gli avvenimenti.

Gli episodi che seguono sono vari: miracoli, istruzioni per i discepoli, prese di posizione contro gli oppositori, parole rivolte a tutti. Gesù mostra di avere autorità sui demoni, perdona i peccati, chiama a conversione, guarisce i malati, ha potere sulla morte. Ogni episodio apre uno scorcio sull’identità di Gesù. Tutte le manifestazioni sono coerenti con la proclamazione di Nàzaret: Gesù ha dichiarato di essere colui che realizza quelle promesse ma, insieme, le supera. Indubbiamente compie opere che evocano alla coscienza d’Israele la presenza del Messia, ma ne fa altre (perdonare i peccati, comandare alla natura), riservate unicamente a Dio. Insomma, Gesù mostra di essere il Messia, ma la sua persona sorprende, interroga, supera di gran lunga le attese.

Nei racconti di guarigione il tema della misericordia è ricorrente. Il padre del ragazzo indemoniato lo supplica di avere pietà di suo figlio (cfr 9,38), così come i lebbrosi (cfr 17,13). La stessa supplica è ripetuta dal cieco di Gerico: “Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!” (18,38). Luca solitamente non rivela i sentimenti interiori di Gesù. Solo in pochissime occasioni li precisa; allorché Gesù vede una donna vedova che sta accompagnando a sepoltura il suo unico figlio, Luca afferma solennemente: “Vedendola, il Signore fu preso da grande compassione per lei” (7,13).
Oggetto della misericordia sono anche coloro che erano emarginati dalla vita religiosa ebraica, a motivo dei loro comportamenti; essi sono al centro dell’attenzione di Gesù: sono i pubblicani e i peccatori (cfr  5,31-32; 15,1-2; 19,1-10). La misericordia di Gesù raggiunge il suo culmine durante la passione, allorché egli intercede per i suoi crocifissori: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno” (23,34). E assicura al ladrone: “Oggi con me sarai nel paradiso” (23,43).

Nella misericordia di Gesù si manifesta la misericordia del Padre. Indubbiamente il racconto più significativo è il capitolo 15, dove Gesù racconta le tre parabole della misericordia: la pecora perduta, la dracma smarrita e il padre misericordioso. Il lettore percepisce l’appello delle parabole e le colloca dentro l’orizzonte più ampio del racconto evangelico. Due, in particolare, sono i luoghi dove si annodano i fili fra parabole e racconto evangelico: anzitutto l’affermazione del narratore a proposito della commozione interiore del padre di fronte al prodigo che ritorna (cfr 15,20b). Luca aveva caratterizzato esattamente nello stesso modo sia il buon Samaritano (cfr 10,33), sia Gesù di fronte alla vedova di Nain (cfr 7,13): lo stesso atteggiamento ora riguarda il padre della parabola.

In secondo luogo, la “necessità” cui fa appello il padre al termine del dialogo col figlio maggiore (cfr 15,32) rimanda a quella volontà salvifica di Dio di cui Gesù è interprete fedele e singolarissimo; quella medesima necessità non ha altra spiegazione che nell’amore senza confini narrato dalla parabola.
Infine la misericordia è l’atteggiamento del discepolo: “Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso” (6,36). Gesù invita a imitare il Padre, di cui egli rivela la bontà. La misericordia consiste in un sentimento profondo e in una serie di scelte concrete a favore del prossimo, in particolare i poveri. La compassione, l’utilizzo solidale delle ricchezze, l’esercizio della giustizia sono le modalità concrete per vivere secondo la logica del Regno annunciato da Gesù. Sono in particolare le parabole ad essere preziosi insegnamenti che obbligano il lettore ad entrare nella logica di Gesù, a farla propria e a metterla in pratica.

Origene [teologo e filosofo greco del III secolo d.C], per eccellenza il maestro della lettura della Bibbia nell’antichità, così si esprime:
Se il Salvatore è disceso sulla terra, è per compassione dell’umanità. Ha pazientemente sofferto le nostre sofferenze prima di soffrire la croce, prima di assumere la nostra carne. Se, infatti, prima non avesse sofferto, non sarebbe venuto a condividere con noi la vita umana. Prima ha sofferto, poi è disceso e si è manifestato. Ma qual è questa passione che ha sofferto per noi? La passione dell’amore. E il Padre stesso, Dio dell’universo, “lento all’ira, ricco di amore e di compassione” (Es 34,6), non è forse vero che anch’egli soffre in qualche modo? O non sai che quando si occupa delle vicende umane egli prova una sofferenza umana? Infatti “il Signore tuo Dio ha preso su di sé il proprio figlio” (Dt 1,31). Dio dunque prende su di sé il nostro modo di essere, come il Figlio di Dio prende le nostre sofferenze. Il Padre stesso non è impassibile. Se lo preghiamo, ha pietà, compatisce, prova una passione di carità, si pone in una situazione incompatibile con la grandezza della sua natura e prende su di sé le passioni umane [Omelie su Ezechiele 6,6 (traduzione del testo latino)].