UN IMPOSSIBILE SOGNO DIVENTATO REALTÀ

 

di Luigi Sartori - teologo

 

 

 

 

 

Risorgendo, Cristo ha inaugurato il ponte fra creatura e Creatore rendendo così fattibile e reale la più improbabile delle comunioni.

 

 

 

La prima grande disputa tra le chiese, verso la fine del secondo secolo, e che mise in crisi l’unità tra Roma e l’Oriente, riguardava la data della Pasqua. Come mai? ci si domanda oggi. Una questione tanto secondaria rischiò allora di dividere le chiese, e di fatto poi diventò l’occasione di scismi reali? Qualche studioso, oggi, arriva a sospettare che la questione originaria fosse ancora più radicale, e cioè: «Perché mai celebrare una festa della Pasqua, quando ogni "domenica", primo giorno dopo il sabato, già si celebrava la risurrezione del Signore?». In effetti, tutto il cristianesimo è sempre Pasqua: ricordata, vissuta, attesa. Farne una festa, anche se distesa nella lunghezza di una settimana, non sembrava ridurla a momento, a frammento, a episodio? Sarebbe come dire: mangiamo una volta all’anno! Per quanta solennità ci si metta in quell’unica volta, resterebbe il segno di una confessione di morte e non di vita!

 

Bisognava guardare alla risurrezione con occhi nuovi, e alla Pasqua come a guarigione dalla cecità che ci minaccia costantemente, proprio perché siamo portati a ridurre il valore della risurrezione. Non è una stella; è il cielo. Non è un «fatto» da collocare accanto ad altri fatti, dentro la nostra storia che corre; è lo sbocco finale e permanente che dà senso a tutte le nostre vicende, e quindi si nasconde dentro di esse come loro succo e tesoro nascosto.

 

Nel secolo trascorso si sono registrate battaglie teologiche che ebbero un’eco anche nell’ambito del popolo di Dio. Sembrò che qualche biblista o qualche teologo negasse la «storicità» della risurrezione, ossia sostenesse che la risurrezione potrebbe anche non essere pensata come un «fatto storico». E molti hanno tremato, quasi si riducesse tutto a mito e a favola. Come – si opponeva – non è proprio san Paolo che  affermava: «Se Cristo non è risorto, vana è la nostra fede!»?

 

Non posso entrare nelle intenzioni nascoste di questo o di quel biblista o teologo; ma debbo dire che chiunque è fedele alla Bibbia e riflette da vero teologo non potrà mai pensare che la risurrezione sia un fatto che sta dentro la serie degli altri fatti provvisori che costituiscono la storia di questo mondo. Non stiamo parlando dei miracoli compiuti da Gesù quando ha risuscitato alcuni morti; in quei casi si è trattato di «fatti storici» che rimanevano dentro la storia comune, in quanto quei morti sono ritornati dentro la vita mortale, per continuare a vivere la vicenda terrena. Nel caso di Gesù risorto si tratta di ingresso nella vita immortale. Non a caso, il Vangelo e gli altri libri del Nuovo Testamento ci riferiscono sì le varie testimonianze di coloro che «hanno visto il Risorto», ma nessuno ha assistito (quasi privilegiato spettatore di un film segreto) al «risorgere» di Gesù; hanno verificato la «tomba vuota», hanno incontrato Gesù redivivo, ma sempre in “apparizioni”, come dono di un ormai nuovo Gesù, di un Gesù che ormai apparteneva ad un altro mondo.

 

 

 

LA GRANDEZZA DELLA PASQUA CRISTIANA

 

Ma sta proprio in questo la grandezza assoluta della Pasqua cristiana. Siamo certi che Gesù è entrato nella vita gloriosa proprio perché egli parte da quella situazione per venire a farci visita. Più che celebrare un Gesù che fugge, quasi, fuori dal mondo, celebriamo lui che rientra e porta nel nostro mondo l’esperienza del «nuovo mondo». Torna al Padre, ma per ritornare a noi col dono di quello Spirito che fa gridare anche a noi: «Abba! Padre!». Durante la sua vita terrena, Gesù ci aveva fatto sapere, ed anche tentava di garantircelo coi miracoli, che egli veniva da un altro mondo, che ci era stato donato, dal Padre, che arrivava a noi da lassù...; eppure continuava a vivere realmente la nostra vicenda, e mostrava anche lui di dover crescere e di tendere alla perfezione, di aver bisogno di conquistare quel dono che pure era già suo: aveva assunto realmente la «forma di servo», aveva deposto il vestito della «forma di Signore» (Fil 2,6-8). Ora finalmente ha raggiunto la meta, la fusione dell’umanità con la divinità (non la confusione); ora può «ritornare» fra di noi in modo nuovo, perfetto, stabile, permanente. L’eternità penetra dentro la nostra storia.

 

È come se un grado nuovo e più alto di creazione dell’universo si sia realizzato. Anzi, non «un» grado; ma «il» grado più alto. Di solito, anche a livello scientifico, si parla di tre gradi o regni nella creazione: regno minerale, regno vegetale, regno animale. E dentro lo stesso processo della vita, si enucleano tre stadi: vita vegetativa, vita sensitiva, vita razionale. Immaginiamo tre filmati successivi: dentro un ammasso di pietre ecco lo spuntare di un fiore; poi, dentro un prato fiorito ecco lo scivolo e il canto di un uccellino; e infine, ecco, sullo sfondo di tutto, l’improvvisa comparsa di un uomo! Ebbene, nonostante tutta la ricca varietà di viventi, la vita che essi ci esprimono è ancora «una» vita, non «la» vita; infatti è ancora vita provvisoria, vita in ricerca e cammino, vita mortale. Si mediti sul contrasto: vita... mortale. Vita collegata alla morte; anzi in debito costante con la morte; vita che nel suo seno custodisce la sua fine! Con la risurrezione di Cristo, finalmente, l’universo e la creazione raggiungono il traguardo della vita-vita, della vita vincente sulla morte, di «una» vita che è «la» vita; non attimo, ma situazione permanente; non dono di semplice ricerca e aspirazione al vivere, ma dono di vivere finalmente e davvero!

 

 

 

CON CRISTO VITTORIOSO

 

Ma tutto questo vale solo per lui, il Cristo risorto? No! La Pasqua è la celebrazione di quell’evento che garantisce per noi, per l’universo intero, il dono della consistenza. Resta, sì, ancora la ricerca, resta la speranza; ma ormai è assicurato il conseguimento, e in un certo modo è già anticipata la realtà finale. Il fiore potrebbe esprimere soltanto sfida e disprezzo per il sasso; altrettanto dicasi dell’animale per rapporto alle piante e poi dell’uomo per rapporto alle bestie. Ogni grado superiore, in

 

fatti - nella scala degli esseri - sembra contenere una denuncia verso il precedente: ti ho superato! ti ho battuto! ti ho staccato! sei ormai distante, resti indietro, sempre più lontano...!

 

Forse che, allora, anche il Cristo risorto consacra tale sfida per celebrare una sua solitudine e un suo isolamento da noi e da tutto il resto? quasi dicesse a noi e all’universo: «Io sì sono riuscito; io sono il vivente tra i morti o i destinati alla morte, colui "che è" tra i non-esistenti; a spese vostre, come in una competizione tragica e universale, sono il vincitore tra tutti voi perdenti!»? Proviamo a pensare a certe ideologie moderne, che prospettano il progresso continuo della storia, con la vittoria finale di una classe sulle altre, di un popolo sugli altri, ma alla fine promettono solo agli ultimi, ad alcuni superstiti, la vittoria. Quanti cimiteri, per una promessa di vita, solo per pochi e solo alla fine!

 

La Pasqua è tutto il contrario. Ogni cimitero si deve misurare sulla «tomba vuota» di Gesù. Il Risorto trascina noi e l’universo nella sua vittoria. Gesù ha vinto «per» noi, non «su» noi; tanto meno «contro» di noi. La sua fretta di apparire ai discepoli si condensa nel saluto della sera del «primo giorno dopo il sabato»: «Pace a voi!», e nel dono ai credenti: «Ricevete lo Spirito Santo!». Non l’abisso della morte, ad aggravare lo stacco tra lui e noi, tra Dio e la creatura. Ma il ponte, il filo d’acciaio del legame tra cielo e terra, tra eternità e tempo. Chissà quanti, almeno una volta in vita, hanno sognato o sognano di lanciare in alto una corda di speranza, una corda che arrivi infinitamente lontano, in su; per poter essere finalmente aggrappati a qualcosa di sublime ma che ci dia vera e definitiva consistenza.

 

Si tratta appunto di un sogno: anche pensando ad aerei, a satelliti spaziali, a piattaforme sospese in alto, cosa mai potrebbe farci sperare di riuscire a gettare un’ancora nel vuoto del cielo che ci sta sopra? Eppure la Pasqua esprime, su un altro piano, tale impossibile realizzazione, diventata possibilità offerta a ciascuno. Perché «Colui che ascese è lo stesso che prima discese!» (Ef 4,10); il filo di legame è stato fatto scendere dal Padre già nell’incarnazione del Figlio; nel suo risalire al Padre, Gesù ha inaugurato nei due sensi la rotta, il ponte, il va e vieni tra creatura e Creatore; e la comunione più impossibile è diventata realtà.

 

La Pasqua, perciò, è festa di tutti, è festa dell’universo intero; perché è festa della vita, che assicura a ciascuno non solo l’aspirazione legittima a perdurare, ma anche la realtà del vivere senza soste e senza ombre o minaccia di morte, che è il vivere stesso di Dio.