LA MORTE TRASFORMATA

 

Romeo Cavedo – biblista

 

 

 

 

 

La risurrezione non nega la morte, ma le dà senso e valore.

 

Non è annullamento ma trasformazione.

 

 

 

L’immagine più suggestiva e teologicamente più illuminante del Signore risorto è probabilmente quella che ci dà Giovanni nelle due apparizioni narrate al capitolo 20 del suo vangelo. Quando Gesù apparve la sera di Pasqua - ci dice Giovanni - Tommaso era assente. Non volle credere alle parole degli altri apostoli e dichiarò che avrebbe creduto a una sola condizione: di vedere il segno dei chiodi nelle sue mani, di toccare col dito il segno dei chiodi e con la mano il suo fianco.

 

 

 

Che cosa cercava Tommaso - la cui ritrosia è stata più utile per la nostra fede, come commentava sant’Agostino, della prontezza degli altri - in quelle mani forate e in quel fianco squarciato dalla lancia del soldato romano? Cercava i segni della passione subìta: voleva essere certo che la figura gloriosa di cui gli amici gli avevano parlato era proprio la stessa persona, anzi lo stesso corpo martoriato di quel Gesù che, dopo essere stato con loro per molti mesi, era stato barbaramente crocifisso. Tommaso voleva constatare l’identità tra il Crocifisso e il Risorto, voleva essere certo che la vita e la gloria di Dio avevano trasfigurato proprio quell’uomo che non si era sottratto alla morte.

 

 

 

Gesù rimprovererà molto amabilmente Tommaso, ma non si sottrarrà alla sua richiesta: gli mostrerà infatti i fori dei chiodi e il fianco ferito, quasi a dire che la sua richiesta era giusta e che la sua immagine di Risorto doveva sempre essere associata alla memoria della sua passione, anche nel cuore e nella fantasia di coloro che avrebbero creduto senza aver visto.

 

 

 

LA NOVITÀ DELLA RISURREZIONE

 

 

 

In questa figura di Gesù che porta su di sé, per sempre, i segni della morte subìta, tradizionale anche nell’arte cristiana, è concentrato tutto il significato teologico della risurrezione. Risurrezione non significa soltanto pienezza di vita e neppure vita che viene dopo la morte o si sostituisce ad essa, ma significa vita che penetra dentro nell’abisso della morte, la risana e la trasforma, senza eliminarla o dimenticarla. La risurrezione non è qualcosa che accantona la morte, la pone in disparte e la nega, ma è il mistero della forza divina che dà senso e valore alla negatività del morire: non è annullamento, ma trasformazione. La novità e la grandezza della rivelazione cristiana sulla risurrezione sta proprio in questo concetto di trasformazione. Per questo la situazione umana è veramente salvata nel suo intimo da questo mistero e non semplicemente scavalcata e rimossa per essere sostituita da qualcos’altro.

 

 

 

Poiché il Risorto rimane il Crocifisso, continua ad essere solidale con noi e con la nostra storia, della quale ha subìto per amore le contraddizioni. L’esperienza che egli ha vissuto tra di noi non è per lui una brutta esperienza da dimenticare: i segni che ancora porta nel suo corpo glorioso gli ricordano in eterno l’estremo bisogno che noi abbiamo di essere aiutati: dalle sue piaghe noi siamo salvati! Con la sua divina potenza ora egli comunica anche a noi credenti il suo stesso Spirito, che inserisce nella nostra miseria quella stessa forza trasformatrice che ha portato lui a superare la morte, non a sfuggirle ma a vincerne l’amarezza e la negatività.

 

 

 

Lo dice bene un celebre passo della lettera agli Efesini: «... affinché il Dio del Signore nostro Gesù Cristo, il Padre della gloria, vi dia uno spirito di sapienza e di rivelazione per una profonda conoscenza di lui; illumini gli occhi del vostro cuore per farvi comprendere a quale speranza vi ha chiamati, quale tesoro di gloria racchiude la sua eredità fra i santi e qual è la straordinaria grandezza della sua potenza verso di noi, che crediamo, secondo l’efficacia della sua forza e del suo vigore.Egli la manifestò in Cristo, quando lo risuscitò dai morti e lo fece sedere alla sua destra nei cieli,» (Ef 1, 17-20).

 

 

 

Tutti i battezzati partecipano realmente a questo passaggio dalla morte alla vita e ne partecipano, come Gesù, non perché siano esonerati dalla fatica di vivere nella storia così come il peccato l’ha ridotta, ma perché ricevono il dono divino di risanare e vitalizzare l’intera condizione di morte in cui sono immersi. Si crea così, per il credente, una condizione di vita assolutamente unica, nella quale tutte le debolezze umane rimangono presenti, ma nessuna di esse spaventa più o deprime il cristiano fino alla perdita della speranza, perché ovunque egli vede affiorare, come destinata alla vittoria, quella promessa di vita che si è affacciata alla nostra storia nella risurrezione di Cristo.

 

 

 

MORTE E MORTE DI GESÙ

 

 

 

Nessuno come Paolo ha compreso questo mistero e lo ha coerentemente riconosciuto in ogni aspetto della vita, dal più grande al più banale. Così egli, ad esempio, scrive: «Noi portiamo in noi stessi questo tesoro (la gloria di Dio riflessa nel Risorto) come in vasi di terra, perché sia chiaro che questa straordinaria potenza viene da Dio e non da noi. Siamo oppressi, ma non schiacciati, sconvolti, ma non disperati. Siamo perseguitati, ma non abbandonati, colpiti, ma non distrutti. Portiamo sempre in noi la morte di Gesù, perché si manifesti in noi anche la sua vita. Siamo vivi, ma continuamente esposti alla morte a causa di Gesù, perché anche la sua vita si manifesti nella nostra vita mortale» (2 Cor 4,7-11).

 

 

 

La sostanza del discorso è questa: non si deve dire che portiamo sempre in noi la morte, ma che ormai portiamo in noi la morte di Gesù! Tra la morte e la morte di Gesù c’è una differenza abissale, proprio perché la risurrezione ci ha rivelato che la morte di Gesù è aperta a quella vita senza fine e senza limiti che è propria di Dio. Anche la morte di Gesù è umanamente portatrice di fatica, dolore e, appunto, morte, tanto che, agli occhi degli uomini non ancora credenti, può sembrare che non vi sia in noi alcuna effettiva salvezza. Ma il credente sa che la potenza della risurrezione ha già trasformato ogni cosa in sicura apertura al dono divino della vita senza fine. E la vita è già in noi, ma è la vita del Crocifisso che per amore non si sottrae alla morte, ma la accetta con speranza e coraggio.