seconda meditazione

SIGNORE, INSEGNACI A PREGARE

preghiera spontanea, preghiera difficile, preghiera-dono

 

 

«Signore, insegnaci a pregare»

Un giorno Gesù si trovava in un luogo a pregare e quando ebbe finito, uno dei discepoli gli disse: “Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli”. Ed egli disse loro: “Quando pregate, dite...” (Lc 11, 1-2a).

 

A noi preme riflettere sull’invocazione: «Signore, insegnaci a pregare», ma già il contesto in cui è stata pronunciata presenta diversi elementi da sottolineare.

Troviamo di nuovo il fatto che Gesù prega, prega ampiamente; che prega in modo da irradiare qualcosa di questo mistero, che fa desiderare ai discepoli di partecipare a un tale bene. Per questo gli chiedono di introdurli nello stato spirituale che Gesù vive e che è tanto ricco di frutti. Già Giovanni Battista aveva insegnato ai suoi la tradizione e la prassi della preghiera.

Gesù risponde valutando positivamente l’invocazione e offrendo qualche indicazione che non si riferisce soltanto alla formula del Padre Nostro (vv. 2b-4), perché aggiunge al v. 5 l’esempio di insistenza nella preghiera: «Se uno di voi ha un amico e va da lui a mezzanotte...». A partire poi dal v. 9 Gesù proclama con forza l’efficacia della preghiera, sottolineandone i contenuti e le modalità proprie.

Egli aveva risposto ampiamente anche a una domanda di questo tipo, implicita, nel cap. 6 del Vangelo di Matteo, invitando a non pregare come gli ipocriti per essere visti dagli uomini, ma a pregare invece entrando nella camera e, chiusa la porta, rivolgendosi al «Padre vostro» nel segreto; esortando a non pregare sprecando parole come fanno i pagani, ma a pregare piuttosto perdonando (cfr vv. 5-14). È infatti importante il rapporto tra preghiera e prassi del perdono.

Tutta l’opera di Teresa d’Avila risponde alla domanda: «Signore, insegnaci a pregare» e, mentre Giovanni della Croce vi risponde a livello dottrinale, ella lo fa soprattutto in maniera pratica. Nel prologo alla sua Vita si esprime infatti così: «Mi hanno imposto e dato ampia licenza di descrivere il mio modo di orazione». Vorremmo dunque, in questa meditazione, commentando la parola dei discepoli: «Signore, insegnaci a pregare», interrogarci su metodologia e cammino della preghiera così come risultano dall’esperienza di Teresa.

La Santa distingue tre fasi o situazioni della preghiera personale: la preghiera spontanea, la preghiera difficile e la preghiera-dono.

 

La preghiera spontanea

Per preghiera spontanea intendiamo quella che nasce dentro facilmente, senza sforzo, senza metodo, stimolata da quanto conosciamo della Rivelazione; è come una risposta istintiva a Dio che si rivela. Essa è presente in ciascun uomo, in ciascuna persona umana, pur se in modi assai diversi.

Teresa l’ha praticata fin dall’infanzia. Scriverà che già prima di entrare nella vita religiosa aveva una specie di incontro quotidiano con Cristo nell’orto degli Ulivi: «Sono convinta che da ciò la mia anima si sia molto avvantaggiata, perché cominciavo a fare orazione senza neppur sapere che cosa fosse».

Di tal orazione spontanea dà altri esempi, come le lunghe riflessioni insieme col fratellino Rodrigo sulla beatitudine eterna: «Godevamo di ripetere frequentemente: “Sempre! Sempre! Sempre!”. Piacque ai Signore che ne rimanessi tanto impressionata da concepire da allora il più fermo proposito di non abbandonare il sentiero della verità».

 

Parole forti in cui emerge quel «sentiero della verità» che probabilmente in seguito sintetizzerà nella massima: «Tutto passa, [...] Dio non muta, [...] solo Dio basta».

Anche l’esistenza di ciascuno di noi è ricca di esempi di preghiera spontanea.

 

La preghiera difficile

Teresa comincia a provare grosse difficoltà quando si sforza di passare da una preghiera spontanea, occasionale, che va e che viene, a una preghiera più metodica e regolare. Con molta sincerità descrive due tipi di difficoltà.

 

La prima è una difficoltà di tipo psicologico, che chiama incapacità discorsiva: era incapace di immaginare, ragionare alla presenza di Dio, impotente a meditare. Ciò che le dava soprattutto fastidio era l’assoluta insubordinazione dei propri pensieri, per cui diceva che annullavano la sua determinazione; questo turbinio di pensieri va e viene tra lei e Dio, come una ruota di mulino, come un seccatore, come un pazzo installatosi dentro casa. Tutto ciò rende molto faticoso quel suo tentativo di orazione, lo riduce a momenti passeggeri, che non riesce a prolungare. La constatazione di questa impotenza, parziale, ma inesorabile, è molto viva e molto sofferta. Difatti ella dice: «Spesso per alcuni anni badavo più a desiderare che l’ora dell’orazione finisse e ad attendere il segno dell’orologio che a sforzarmi di pregare. Molte volte non so quale grave penitenza avrei preferita a quella di raccogliermi per fare orazione. [...] Era cosi violenta la forza che il demonio e le mie cattive abitudini mi facevano per allontanarmi dall’orazione e tanta la tristezza che provavo entrando nell’oratorio [un po’ come la tristezza di Gesù che entra in preghiera nell’orto] che dovevo fare appello a tutto il mio coraggio che dicono non è poco».

 

Teresa sentiva dunque fortemente questa difficoltà psicologica, la sentiva come pesantissima. Perciò cercava di aiutarsi; e confida che in tutti quegli anni - sono circa vent’anni di fatica, con alterne vicende e anzi con un periodo di un anno e mezzo in cui quasi abbandona la preghiera, per poi riprenderla faticosamente - cercava degli strumenti a questo scopo. Dice per esempio: «In tutti questi anni, tranne dopo la comunione, non osavo mai cominciare a fare orazione senza libro perché temevo di trovarmi nell’orazione senza di esso, come di lottare con un grande esercito» [un po’ l’esercito dei propri pensieri, delle proprie fantasie].

 

Poi dice: «Con questo aiuto [del libro], che era come una compagnia, uno scudo contro gli assalti dei molti pensieri, restavo consolata. Infatti non ero sempre nell’aridità, ma quando mi mancava il libro sì, mentre con il libro mi cominciavo a raccogliere e con dolcezza orientavo l’anima a Dio».

I suoi sforzi erano meritevoli e davano frutto, anche se Teresa li legge come disordinati e incoerenti quando ha ormai raggiunto la perfetta unione con Dio. In ogni caso sentiva predominante la fatica e la sua preghiera era molto difficile.

 

La seconda difficoltà, la più profonda da lei incontrata, è la scoperta dell’incoerenza della vita con i momenti di orazione. Teresa avvertiva le esigenze di Dio e della coscienza, che escludevano ogni genere di transazione, pur piccola, mentre non era capace di viverle; si accusa di perdere tempo, di dissanguarsi interiormente con affetti, amicizie che l’afferrano e non la lasciano libera. Mentre vuole quel momento dell’incontro con Dio, non sa volerne il contenuto, che è la piena uniformità di volontà.

 

Tale incoerenza la mette in una situazione tormentosa; in una vita così, agitata da questa incoerenza, quasi ombra di morte, la preghiera diventa agonia, battaglia: «Cadevo e mi rialzavo e mi rialzavo così male che tornavo ancora a cadere. Ero così in basso in fatto di perfezione [...] che la mia era una delle vite più penose che si possano immaginare, perché non godevo di Dio né mi sentivo contenta col mondo. Quando ero nelle gioie del mondo, il pensiero di quello che dovevo a Dio mi dava pena; e quando ero con Dio, gli affetti del mondo mi disturbavano. Era una lotta così penosa che non so come sia riuscita a sopportarla per un mese, nonché per tanti anni».

In certi momenti davvero ha voglia di piantare lì tutto, di lasciare l’orazione: «Ormai mi vergognavo di tornare ad avvicinarmi a Dio in quella stretta amicizia che è l’orazione».

 

Teresa vive in maniera molto forte l’incoerenza, che tutti almeno un poco sperimentiamo, fra ciò che diciamo a Dio nell’orazione e ciò che siamo realmente nell’inautenticità della nostra giornata. Il dubbio che le viene insinuato è che, se la sua vita non è autentica, non può esserlo neppure la preghiera. È la tentazione più terribile che deve affrontare.

Come si aiuta Teresa in queste difficoltà, in questa lacerazione interiore? Non essendo capace di ragionare sistematicamente sulla Scrittura, la Santa si immedesimava nei personaggi biblici e assumeva gli atteggiamenti delle figure con le quali si sentiva maggiormente in sintonia: la Vergine ai piedi della croce, la Maddalena, la Samaritana, san Paolo al momento della conversione, Giobbe. Per esempio, scrive nella Vita: «Quante volte mi ricordo dell’acqua viva di cui parlò il Signore alla Samaritana! Quel fatto del Vangelo mi è molto caro, mi era caro fin da bambina, sebbene non capissi come adesso questo bene. Supplicavo spesso il Signore a darmi quell’acqua. In camera mia c’era un quadro che rappresentava Gesù vicino al pozzo, con sotto le parole: Domine, da mihi aquam».

Con una sorta di lectio embrionale cercava continuamente di ridare autenticità a una vita che riteneva non autentica e nella quale tuttavia non cessava di invocare il Signore perché la unificasse nella preghiera.

La preghiera difficile costituisce il cammino di vent’anni di Teresa. A un certo punto la Santa si accorge di aver compiuto un passaggio, sente che il periodo precedente è terminato. «Entrando un giorno in Oratorio, i miei occhi caddero su una statua che vi era stata messa in attesa di una solennità che si doveva celebrare in monastero e per la quale era stata procurata. Raffigurava Nostro Signore coperto di piaghe [è la statua che vediamo ancora oggi nel Monastero dell’Incarnazione di Avila] tanto devota che nel vederla mi sentii tutta commuovere perché rappresentava al vivo quanto Egli aveva sofferto per noi [...]. Mi gettai ai suoi piedi in un profluvio di lacrime, supplicandolo a darmi forza per non offenderlo più».

Che differenza c’è tra questa e altre simili circostanze? Altre volte infatti aveva provato sentimenti di compassione, di rimorso, di stimoli interiori; ma «d’essermi prostrata davanti alla statua che ho detto credo che mi abbia giovato di più, perché avevo perduto ogni fiducia in me e confidavo unicamente in Dio».

È qui la ragione centrale. La sua preghiera difficile aveva ottenuto finalmente quella purificazione faticosissima ma necessaria dalla presunzione di sé, rendendola pronta ad affidarsi unicamente al Signore: «Mi pare d’avergli detto che non mi sarei alzata dai suoi piedi, se non mi avesse concesso quello di cui lo supplicavo».

 

È così spiegata la ragione della preghiera difficile: era un cammino positivo di purificazione, di cui non coglieva il senso, un disegno misterioso di Dio che operava per la sua purificazione.

È interessante vedere un altro brano, che ricollega la sua cosiddetta conversione a quella di un altro personaggio, molto legato alla Chiesa milanese, Agostino di Ippona. Racconta infatti Teresa di come si mise a leggere le Confessioni che prima non conosceva, un evento che fu per lei una grande grazia: «Quando giunsi alla lettura della sua conversione e della voce che egli udì nel giardino, ne ebbi così viva impressione come se l’udissi anch’io e per lungo tempo rimasi a sciogliermi in lacrime con l’anima travagliata da grandissima lotta. Oh Dio mio, quanti tormenti e quanto soffre un’anima per aver perduto la libertà che la rendeva padrona! Mi stupisco di aver potuto sopravvivere a tanta angoscia! Sia benedetto Colui che mi mantenne in vita per farmi uscire da una morte così funesta!... ».

Teresa esperimenta la conversione come dono e comprende che la preghiera è dono, anche se prima non riusciva a esprimerlo nella vita, se non molto malamente e incoerentemente.

 

La preghiera-dono

Su questa terza fase della preghiera non mi fermo, benché comprenda tutto il resto dell’esistenza della Santa: non mi fermo a lungo dal momento che non ci riguarda direttamente. Mi limito a indicare che la preghiera-dono è il senso della presenza di Dio. Infatti quando la Santa racconta come ha iniziato il nuovo cammino, riduce sempre tutto invariabilmente a un’esperienza di base, quella della «presenza della Persona divina», di Dio e di Gesù. Mentre prima si sforzava di rappresentarsi Cristo presente, ora lo avverte presente.

È interessante leggere questo passo della Vita, all’inizio del decimo capitolo: «Già alcune volte, sebbene molto brevemente, mi era accaduto qualcosa di quanto ora dirò [quindi non è che già prima non ci fosse questo senso di presenza, ma poi le diviene abituale]. Mentre nel far orazione cercavo di mettermi ai piedi di Gesù Cristo [c’era ancora lo sforzo della fantasia e del corpo] e talvolta nello stesso atto di leggere [ancora col libro], mi sentivo invadere d’improvviso da un senso così vivo della divina presenza da non potere affatto dubitare essere Dio in me e io in lui».

 

Da allora l’orazione teresiana, nei gradi e nelle modulazioni dell’orazione mistica, non è altro che l’intensificarsi di tale Presenza, pur se ella non abbandonerà le forme precedenti piuttosto infantili.

Non oso dire di più sulla preghiera-dono, perché Teresa stessa dice che chi non l’ha sperimentata non può capirla.

Vogliamo comunque domandarci: è solo per pochi il “senso della Presenza”, che ottiene appunto quella unificazione, quella pienezza, quella pace, quella gioia intima, quel possesso di sé, quella sintesi della vita che contempliamo in Teresa dopo la “conversione”?

Ovviamente la forma mistica è dono che nessuno può pretendere, è puro dono di Dio e non si può affermare se sia per pochi o per molti. Alcuni maestri di spiritualità ritengono sia per molti, ma che per loro colpa non ci arrivino.

Tralasciamo la questione, perché mi preme sottolineare che qualcosa di questa esperienza di unità è per tutti, non necessariamente a livello di orazione passiva. Le esperienze di unità che la Santa aveva fin da prima sono ciò a cui tendiamo e credo che tante persone semplici le vivano e, in particolare, le vivano i presbiteri, gli apostoli, coloro che sono chiamati a fare unità con la volontà di Dio.

I modi e le grazie di questa Presenza saranno naturalmente diversi; la meta della conformità della nostra volontà con quella di Dio, conformità goduta, amata, voluta, accettata, cercata, è per tutti, perché il succo di ogni preghiera si traduce nella parola del Padre Nostro: «Sia fatta la tua volontà». La volontà di Dio è la sua autodonazione d’amore, come Padre che nel Figlio si dona nello Spirito. E la preghiera unificante è amare questa volontà che si determina nel quotidiano.

 

Conclusione

L’apprendimento della preghiera cristiana è lento per tutti e per Teresa è stato molto lento. Ciò che dobbiamo notare è che i suoi venti anni di orazione donata sono in continuità con i precedenti di orazione difficile; l’orazione ricevuta prolunga senza dissonanze l’orientamento e la forma di orazione faticosamente coltivata. Il fatto che il dono di Dio costituisca una rottura non toglie nulla alla continuità data dagli sforzi di ricerca dell’unione di volontà, della comunione con Cristo, della comunione col Padre. Nessuno di noi, quando soffre delle fatiche della preghiera e si lamenta delle incoerenze con la vita, deve credere che la ricerca è vana.

È questo forse l’insegnamento da ritenere di più: accettare la lentezza con cui si apprende la preghiera cristiana; accettare che la lentezza esige esercizio, riflessione, ripresa continua, confronto con una guida spirituale. Sapere che la nostra fatica è sempre contrastata e minacciata in mille modi, soprattutto dalla domanda diabolica: che senso ha? A che cosa serve? Non è soltanto frustrante?

Ciascuno di noi si chieda: che cosa rende la mia preghiera difficile e che cosa la mette in questione? Qual è oggi la mia prontezza a riaffidarmi a Dio per ricominciare il cammino faticoso, nella certezza che il tempo passato non è inutile, ma è continuamente recuperato dalla grazia di Dio?