QUANDO PREGATE NON …

difficoltà, deformazioni, maturazioni della preghiera

 

 

 

Due estremi

«Quando pregate, non...» è il tema della nostra terza meditazione; ha per oggetto in particolare le difficoltà e le deformazioni dell’orazione personale, che possono essere per difetto o per eccesso.

Lo scoraggiamento o la presunzione sono i due estremi tra i quali sempre navighiamo. Tenteremo di cogliere qualcosa dei due scogli estremi restando al centro e procedendo secondo il metodo della lectio e della meditatio.

Nella lectio prendiamo come riferimento qualche brano evangelico dove Gesù ci mette in guardia dai rischi e dalle deformazioni della preghiera personale; nel momento della meditatio ci chiederemo quali sono oggi i rischi e le deformazioni più pericolose e frequenti.

 

Le deviazioni della preghiera secondo Gesù

«Quando pregate, non...»: così inizia, nel Vangelo di Matteo, il passo in Gesù espone le condizioni negative della preghiera e le sue contraffazioni, nel contesto del Discorso della montagna.

 

L’ipocrisia

«Quando pregate, non siate simili agli ipocriti che amano pregare stando ritti nelle sinagoghe e negli angoli delle piazze per essere visti dagli uomini. In verità vi dico: hanno già ricevuto la loro ricompensa» (v. 5).

Gesù stigmatizza l’ipocrisia quale deformazione tipica della preghiera formale, professionale, quella preghiera che uno fa per necessità davanti agli altri. Il rischio è di accontentarsi di questo, anzi di perdersi o di concentrarsi soltanto in questo: la preghiera esteriormente riuscita, un successo esteriore.

Al v. 6 leggiamo l’antidoto al rischio, che coinvolge chiunque preghi in pubblico, in particolare noi che preghiamo nelle sinagoghe, negli angoli delle piazze, che celebriamo nelle chiese, che guidiamo le processioni: «Tu invece, quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto; e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà».

Gesù non dice di abbandonare la preghiera pubblica, bensì di coltivare quella personale e segreta, capace di pervadere interiormente anche l’altra.

 

La superstizione

La seconda deviazione è caratterizzata così: «Pregando, poi, non sprecate parole come i pagani, i quali credono di venire ascoltati a forza di parole. Non siate dunque come loro, perché il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno, ancor prima che gliele chiediate» (vv. 7-8).

Qui viene stigmatizzato il culto della preghiera come oggetto, come strumento, fermandosi in esso. Di fatto la preghiera - l’abbiamo detto - è pure strumento: di pace, di serenità, di significazione dell’esistenza. Ma vivere la preghiera utilizzandola come strumento che infallibilmente ottiene qualcosa significa degradarla.

Vi leggo l’allusione a pericolose tecniche di preghiera di cui oggi parlano tanti libri, tecniche intese appunto non come utile avvio alla preghiera, bensì come strumento infallibile per giungere quasi a possedere l’illuminazione. Penso alle tecniche orientali, allorché sono come fine della preghiera: ci si entusiasma in esse, ci si immerge dimenticando che la preghiera è affidamento di sé a Dio, unione di volontà, un andare al di là di sé.

L’antidoto a tale preghiera che chiamo superstiziosa è l’affidamento: «Il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno». La preghiera è abbandonarsi a Dio, non è un ottenere qualcosa, neppure la preghiera stessa, nella quale ci si può compiacere, appagare quale strumento che ha permesso un’elevazione della coscienza.

Gesù coglie questo tipo di deviazione nella preghiera ripetitiva dei pagani a cui sottostà però il bisogno, comune a tutti, di possedere la propria preghiera come un tesoro inalienabile e non come dono dall’alto.

 

L’incoerenza

Dell’incoerenza o distanza stridente tra il contenuto dell’orazione e l’agire pratico abbiamo già accennato riferendoci a santa Teresa. Gesù la segnala al v. 15, dopo aver insegnato il Padre Nostro: «Ma se voi non perdonerete agli uomini, neppure il padre vostro perdonerà le vostre colpe»

È il contrasto tra il chiedere perdono e il non voler perdonare, che Gesù spiegherà più a lungo nella parabola dei due servitori: colui che ha ottenuto un condono enorme non riesce a condonare un piccolo credito (cfr Mt 18, 23-35). In tal modo la preghiera è minata dall’interno e diventa copertura di ipocrisia. Ci si illude di pregare e di conformarsi alla volontà di Dio, mentre in realtà si nasconde l’allontanamento da essa.

Oltre che nella parabola dei due servitori, il tema della deformazione di una preghiera che vela un cuore impuro e lontano da Dio è ulteriormente espresso in Lc 18, 9-14: la preghiera al tempio del fariseo rispetto a quella del pubblicano. Il fariseo cova nel suo cuore sentimenti antievangelici e si nutre anzi di superbia, di sensi di superiorità.

Gesù dunque conosce le deformazioni della preghiera e sa che sono tante; proprio perché la preghiera è realtà santa e mirabile, è continuamente tentata e insidiata.

 

Le deviazioni della nostra preghiera

Da quali deformazioni o deviazioni Gesù metterebbe in guardia oggi? Segnalo le principali deformazioni che minacciano la nostra preghiera, per difetto o per eccesso. Forse ci sono note perché le abbiamo vissute nella pratica e sperimentate, non essendo infrequenti nella Chiesa.

 

Deformazioni per difetto

Voglio in premessa ricordare una deformazione della preghiera per mancanza, per insufficienza, da cui siamo stati, grazie a Dio, liberati col passare del tempo.

Negli anni ‘70 la più costante e quasi martellante deformazione, direi anzi cogente, conseguiva dall’affermazione del primato della politica, affermando che solo la politica serviva, solo la politica salvava (una politica intesa evidentemente in un certo modo) e perciò la preghiera stessa era subordinata alla politica. La preghiera, dunque, o era considerata fuga dalla politica e veniva condannata, oppure, se voleva salvarsi, doveva trasformarsi in politica, avere un influsso e una tonalità politica.

Tale modo di pensare ha imperversato per decenni, bloccando tanti sforzi sinceri di preghiera, illudendo molte persone, creando, soprattutto in alcune nazioni, crisi vocazionali gravissime di migliaia di sacerdoti, religiosi e religiose. Il miraggio del primato della politica spingeva ad abbandonare la preghiera o a considerarla secondaria, cosicché una buona riunione di preghiera consisteva in un momento di indottrinamento politico, per infuocare gli animi a determinate scelte.

È chiaro che la preghiera deve portare alla prassi, alla carità, all’amore di Dio e del prossimo, però il modo con cui si viveva tale principio ha creato straordinarie rovine. Chi ha perso la vocazione religiosa o sacerdotale ha finito col perdere lo stesso senso della politica.

Mi viene alla mente un prospetto storico che esaminava la situazione degli Stati Uniti; vi si notava come al grande fervore di primato della politica è seguito un disorientamento così profondo che quanti avevano giocato la vita su tale primato della politica erano poi stati strumentalizzati e avevano perso il senso del loro impegno.

 

Sottolineo ora tre deformazioni attuali.

Credo che la prima e la più grave sia la frustrazione che conduce alla domanda: «A che serve la preghiera personale?». Tentazione che viene dallo scoraggiamento e dalla sfiducia: «A che serve quando è fatta così male, quando è imperfetta, quando è sempre da ricominciare?». Teresa di Gesù l’ha vissuta per vent’anni. È una tentazione che induce la gente ad abbandonare la preghiera.

La seconda deformazione è una modalità più sottile di questa tentazione: non abbandonare la preghiera del tutto, bensì ritrarsi per paura o pigrizia o senso di inadeguatezza da forme più impegnate a cui Dio chiama. Potrei camminare di più e invece mi blocco a un certo punto perché penso di non esserne capace, di non essere chiamato davvero a gradini più alti. Questo ritrarsi significa non credere che posso e devo compiere un cammino di preghiera più profondo, e mi impedisce di rispondere.

Un caso tipico è quello di continuare a leggere quando non è più necessario servirsi di un libro.

I libri sono stati importanti per alcuni tempi della vita di Teresa, ma se ci trattengono dall’andare oltre, ci portano fatalmente a trascurare l’orazione sostituendola con la lettura spirituale, teologica, pastorale. Nella via dell’orazione bisogna a un determinato punto staccarsi dai testi, osare l’incognita della preghiera personale, il deserto, osare il silenzio totale.

Naturalmente queste tentazioni sono diverse per ciascuno e c’è dunque bisogno del maestro o della guida di preghiera per discernere la voce del Maestro interiore, per comprendere quando è giunto il momento di buttarmi, di fare di più. In caso contrario non uscirò mai da uno stato infantile di preghiera.

Un’altra forma sottile di deviazione, sempre per difetto, è il pretendere o l’immaginarsi di poter pregare solo in un dato modo, senza cercare con pazienza quello giusto per me, magari diverso: il mancar di fantasia, in altre parole. Ci si arrocca su un modo, forse perché lo si è letto in un libro o perché lo si è visto praticato, e si pensa che vada bene, continuandolo, pur in mancanza di frutto perché non si ritiene possibile cambiarlo. Così si può arrivare a dire: la preghiera non è per me, io non ce la faccio. In realtà la tua via di preghiera è diversa e devi cercarla, avere il coraggio di personalizzarla. Tra l’altro i modi di orazione mutano per ciascuno negli anni e occorre essere vigili e svegli (non come Pietro nel giardino del Getsemani), attenti a trovare la forma di preghiera più adatta e voluta da Dio per me, nella fiducia che lui mi è vicino e mi guarda. È proprio il lasciarsi guardare da Dio che gradualmente ha preso possesso di Teresa ed è diventato la sostanza della sua orazione.

 

Deviazioni per eccesso

Non c’è dubbio che anche oggi ci siano delle deviazioni per eccesso. Conosciamo le diverse esagerazioni della preghiera verificatesi nella storia, dal Medio Evo al quietismo e così via. Attualmente sono forse più rare, però esistono e possono toccarci.

Ne sottolineo una, dalle espressioni molteplici e tuttavia con una radice comune: l’infatuazione per certe forme di preghiera, che colpisce le persone più impensate. Penso alle infatuazioni per la preghiera carismatica, in tutte le sue modalità presenti nella Chiesa: sia al livello generico del Rinnovamento nello Spirito sia a quello della preghiera cosiddetta di Medjugorje o di padre Pio sia delle molto diffuse preghiere di guarigione, fino agli esorcismi collettivi che coinvolgono, pure nella nostra diocesi, decine di migliaia di donne e di uomini. Tutto un pullulare di forme che hanno certamente degli aspetti positivi: per alcune persone che non sapevano che cos’era la preghiera o che diffidavano del proprio cammino, l’incontro con tali esperienze è stata una scoperta talora folgorante. Hanno compreso che la preghiera esiste ed è facile, e la praticano con entusiasmo, con gioia, in particolare se è preghiera di gruppo, collettiva e quasi estatica.

Può dunque accadere davvero un innamoramento della preghiera tanto più positivo se - come avviene in qualche gruppo - è legato al ritrovamento di pratiche tradizionali della preghiera: la confessione frequente, il rosario, la via Crucis. Abbiamo visto persone che avevano un atteggiamento indifferente e quasi cinico nei confronti della fede e improvvisamente si sono infiammate per quei tipi di preghiera, per il digiuno a pane e acqua due volte la settimana, e la loro vita è cambiata enormemente.

 

Detto questo, rilevo tre “ma”. Anzitutto, il pastore di un popolo non può legarsi esclusivamente a una forma di preghiera pubblica apprezzando solo quella e trascurando le altre. Se dunque è sbagliato un deprezzamento totale, per cui la persona che partecipa a un determinato gruppo si sente quasi derisa, messa da parte, non considerata, è altrettanto sbagliata un’infatuazione per la quale il prete considera i modi di preghiera di un gruppo l’unico strumento, giocando tutto su di essi ed escludendo chi non vi aderisce.

L’evitare con libertà l’uno e l’altro di questi due atteggiamenti suppone naturalmente da parte del pastore una preghiera personale abbastanza profonda, altrimenti nel momento in cui incontra una preghiera di tipo per così dire carismatico, crede che sia l’unica possibile e se ne lascia ipnotizzare.

Il secondo “ma” lo posso esprimere così: anche le forme migliori di preghiera (non parlo di quelle al limite della superstizione o che addirittura lo superano) hanno il rovescio della medaglia: formalismi, ripetitività, ipocrisie. Quando uno le conosce per la prima volta, ritiene di avere incontrato la preghiera spontanea, vera, autentica; tuttavia, frequentandole per un po’ con occhio critico, si accorge che non mancano formalismi, ripetitività, ipocrisie, insomma i difetti di una preghiera non vigilante. Il pastore è chiamato a tenere gli occhi aperti, a vegliare, a osservare con la fede evangelica.

Il terzo “ma” è questo: il rischio di una persona che si innamora di una forma di preghiera consiste nel bloccarsi in essa, perché condizionata dal gruppo. Di fatto la preghiera è una realtà che di per sé si evolve, però il gruppo, con le sue abitudini, non permette tale evoluzione, né a livello comunitario né a livello personale.

La nostra Chiesa, le nostre comunità non sono per nulla esenti dalle deviazioni per eccesso, dal momento che la gente si lascia facilmente entusiasmare da forme nuove e spontanee di preghiera, che accoglie acriticamente. Non basta da parte nostra spegnere gli entusiasmi, perché i fedeli sono convinti interiormente della bontà della propria esperienza e non possono nemmeno capire la giusta critica del pastore. Per questo è importante che il prete governi gli entusiasmi a partire dalla sua esperienza di preghiera personale, che sola gli permette di distinguere le positività e i limiti di tali forme.

 

Conclusione

Vale anche per il dono della preghiera la lunga parola esortatoria e consolatoria di Gesù: «Chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto. Perché chi chiede ottiene, chi cerca trova, e a chi bussa sarà aperto» (Lc 11, 9).

Il dono della preghiera va chiesto e cercato; bisogna bussare con insistenza, secondo quanto insegna Gesù parlando dell’amico importuno (Lc 11, 5-8), commentando: «Quale padre tra voi, se il figlio gli chiede un pane, gli darà una pietra? O se gli chiede un pesce gli darà al posto del pesce una serpe? O se gli chiede un uovo, gli darà uno scorpione?» (Lc 11, 11-12).

 

La preghiera è pane, pesce, uovo che nutre; può anche essere scambiata con la pietra, con la serpe, con lo scorpione, cioè con le deviazioni in cui noi cadiamo facilmente. Ma Dio la dà a chi gliela chiede.

«Se dunque voi, che siete cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro celeste darà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono» (Lc 11, 13).

Imploriamo insistentemente gli uni per gli altri lo Spirito di preghiera.