Brevi riflessioni quaresimali

“DIO È PER NOI”
Il Vangelo di Paolo: la Lettera ai Romani

Scritta intorno al 57 d.C., probabilmente da Corinto, la Lettera ai Romani echeggia il vangelo annunciato da Paolo, ossia il contenuto essenziale della sua predicazione, e rappresenta una delle meditazioni più profonde e significative dell’opera di Dio compiuta in Gesù. Leggendola, abbiamo la possibilità di conoscere ancora meglio il volto di Dio, già manifestato nella Prima Alleanza e nella persona di Gesù. Nel capitolo ottavo leggiamo: “Dio è per noi” (Rm 8,31), vuole essere per noi, cioè mettersi a nostra completa disposizione. Tuttavia, perché questa affermazione non suoni come troppo ovvia, precisiamo che cosa essa comporti.

In primo luogo, Egli dona a noi, “non risparmia”, il suo stesso Figlio (Rm 8,32). Preferisce così noi al Figlio. Vedremo in seguito che cosa significhi questo fatto, ma intanto ne dobbiamo considerare la valenza sbalorditiva.
In secondo luogo, non lo dona a persone degne di tale impegno generoso, bisognose di soccorso ma meritevoli di riceverlo; al contrario, nel Figlio, dona interamente se stesso a uomini che lo dimenticano, trascurano e perfino odiano. L’apostolo parla di “empi” (Rm 5, 6). Dio Padre, quindi, compie il massimo per salvare delle persone che meriterebbero invece disapprovazione e condanna.

Ora Dio potrebbe approvare e ammettere alla comunione con sé soltanto persone rette che rispettano le sue leggi, vivendo in pace con i fratelli, ma, purtroppo, nessuno può essere considerato giusto presso di Lui (Rm 3,19-20). Anzi, nonostante compiano azioni positive, gli uomini in generale sono “colmi di ogni ingiustizia, di malvagità, di cupidigia, di malizia; pieni d’invidia, di omicidio, di lite, di frode, di malignità; diffamatori, maldicenti, nemici di Dio, arroganti, superbi, presuntuosi, ingegnosi nel male, ribelli ai genitori, insensati, sleali, senza cuore, senza misericordia” (Rm 1,29-31).

Anziché respingerli e condannarli, il Signore realizza per loro un intervento risolutivo di salvezza, a motivo della sua bontà e della sua fedeltà (Rm 1,16-17) e invia sulla terra il suo stesso Figlio (Rm 8,3). Questi vive l’esistenza umana in perfetta santità, custodendo un’obbedienza completa a Dio Padre. Paolo dà grande risalto alla generosità e alla radicalità dell’obbedienza di Gesù, con la quale ripara tutto il male compiuto dall’uomo a motivo della disobbedienza: “Per l’obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti” (Rm 5,19). Gesù vive, da uomo, la risposta d’amore propria del Figlio di Dio, un amore dalla profondità divina. Egli, poi viene considerato da Dio come rappresentante di tutta l’umanità e per questo ottiene il perdono per noi (Rm 3,24-25).

Il perdono è accompagnato da un altro grande dono: l’effusione dello Spirito (Rm 8,2). Lo Spirito era la forza divina che aveva accompagnato Gesù nel corso della sua vita affinché fosse interamente santa e dedita al Padre (Rm 8,14-15). Ricevendo lo Spirito Santo nel battesimo diventiamo una cosa sola con Gesù, una sola pianta (Rm 6,5).
“Per uscire dal dominio del peccato [...] sono io che devo morire a esso. Ebbene, questo peccato si supera solo con la mia partecipazione alla morte di Cristo: non soltanto ritenendo che la sua morte è valida per me, ma per il fatto che io sono addirittura personalmente morto con lui. Si tratta di una concezione originalissima, che sovverte ogni cultualismo e che porta in primo piano una concezione mistica dell’identità cristiana: mistica nel senso di partecipativa, poiché comporta un transfert da una signoria a un’altra. [...] Il punto di partenza della critica paolina alla legge non è nient’altro che la considerazione della decisività di Cristo, è quindi la figura stessa di Gesù Cristo e della sua portata soteriologica” (R. Penna).
Dio, quindi, non si limita a compatire la nostra colpevolezza, ma ci rende capaci di vivere con rettitudine e santità, trasferendoci in Gesù Cristo. Egli ora vive in noi e forma una cosa sola con noi. La nostra partecipazione a Cristo apre una prospettiva del tutto nuova: già viviamo di lui ma siamo in attesa di ottenere la piena condivisione della sua gloria (Rm 6,8). Il dono di Dio apre una speranza per il futuro e, in realtà, la salvezza sta piuttosto nel pieno compimento di quanto abbiamo già ricevuto.

Il cristiano, però, non ha ottenuto un cambiamento di carattere magico. Deve lottare ancora contro il peccato, imparare a dominare le sue tendenze negative e acquisire una santità di vita nel corso della sua esistenza (Rm 6,12-14). Il dono ricevuto in modo gratuito si trasforma così in un programma di vita, nello svolgimento del quale anch’egli ha una sua parte. Ora, però, in questa lotta non si trova più da solo perché viene soccorso dallo Spirito di Dio e dalla persona di Gesù, alla quale è unito, che vuole e può renderlo simile a sé.
La Lettera ai Romani è allora un invito rivolto ai cristiani perché comprendano il valore della loro identità e la preziosità del dono ricevuto da Dio per custodirlo con il massimo impegno. Il cristiano che ha compreso davvero questo messaggio dovrebbe sentirsi amato profondamente e perdonato da Dio, sapersi come un’unica persona con Cristo Gesù e innestato in Lui; deve credere alla presenza in lui dello Spirito di Dio. Allora dovrà sapersi pronto ad annullare il peccato in sé e nella propria esistenza e a crescere nella carità.

Al termine dell’esistenza troviamo il giudizio imparziale di Dio che esamina la qualità della nostra risposta. Tuttavia il giudizio è esercitato da un Dio che ha fatto il possibile per giustificarci (Rm 8,33) e che non vuole che nessuno si perda (Gv 6, 39; 1 Tm 2,4).
Cristo, che esercita il ruolo di giudice (perché ci si confronta sulla sua vita), vuole svolgere nel contempo quello di intercessore (Rm 8,34). Egli è il capo che non può separarsi dalle sue membra.
L’esito, allora, dovrebbe essere di salvezza sicura, ma tale certezza non viene proclamata, perché essa dipende anche dalla nostra volontà e l’incertezza ci serve da sprone per rimanere vigilanti.

DAL CUORE DI DIO ALL’UOMO DI CUORE
riflessione del Card. Albert Vanhoye, sj

L’Antico Testamento insiste molto sulla necessità, per l’uomo, di essere uomo di cuore: “L’uomo guarda l’apparenza, il Signore guarda il cuore”(1 Sam 16,7). Il primo comandamento richiede di amare il Signore Dio “con tutto i1 cuore” (Dt 6,5; Mt 22,37), ma purtroppo Dio doveva constatare: “Questo popolo [...] mi onora con le labbra, mentre il suo cuore è lontano da me” (Is 29,13; Mt 15,8); “sono un popolo dal cuore traviato, non conoscono le mie vie” (Sal 94-95,10; Eb 3,10). Ciascun membro del popolo peccatore doveva quindi supplicare Dio, dicendo: “Crea per me, o Dio, un cuore puro”(Sal 51(50),12) e aggiungendo: “Non privarmi del tuo santo spirito”(v. 13).
Secondo la Bibbia, infatti, lo Spirito Santo si riceve nel cuore. Per poterlo ricevere, è indispensabile avere un cuore puro. Nella sua grande misericordia, Dio promise di venire incontro a questa necessità. In un primo momento, annuncia che scriverà la sua legge sui cuori. Scritta sulla pietra, la Legge del Sinai si era rivelata inefficace. Ci voleva un intervento di Dio sui cuori, per renderli docili, desiderosi di compiere con amore la Sua volontà, la quale è una volontà di amore. Il dono della “nuova alleanza” consisterà proprio in questo. Dio lo promette: “Questa sarà l’alleanza che io concluderò con la casa d’Israele dopo quei giorni, dice il Signore. Porrò la mia legge nel loro animo, la scriverò sul loro cuore”(Ger 31,33; Eb 8,10). Più tardi, la generosità dì Dio si manifesta con una promessa ancora più bella, un dono più completo, il dono di un cuore interamente nuovo, nel quale può abitare lo Spirito Santo. Dio dice: “Vi darò un cuore nuovo, metterò dentro di voi uno spirito nuovo, [...] toglierò dalla vostra carne il cuore di pietra e vi darò un cuore di carne, porrò il mio Spirito dentro di voi” (Ez 36,26-27).
Queste stupende promesse divine sono state adempiute nell’umanità di Cristo, Figlio di Dio fatto uomo. Dio ci ha dato il Cuore del suo Figlio, che viene in noi specialmente nella celebrazione eucaristica. Possiamo dire che Gesù ha istituito l’eucaristia per mettere il Suo cuore in noi. Nel ricevere la santa comunione dobbiamo accogliere in noi il Cuore di Cristo per diventare veramente uomini di cuore.

I vangeli ci rivelano il Cuore di Gesù, cuore mite e umile, cuore ripieno di amore filiale e fraterno. II Cuore di Gesù è pieno di amore filiale per il Padre. Gesù sa di essere amato dal padre e dice: “Il Padre ama il Figlio e gli ha dato in mano ogni cosa” (Gv 3,35; 5,20; 15,9); a questo amore del Padre, manifestato da tanti doni, il Cuore di Gesù risponde con amore riconoscente, rendendo grazie al Padre. Lo vediamo che ringrazia il Padre prima della moltiplicazione dei pani (Mt 15,36; Mc 8,6; Gv 6,11), prima della risurrezione di Lazzaro (Gv 11,41) e nell’Ultima Cena (Mt 26,26-27).
All’amore del Padre, il Cuore di Gesù risponde anche con un amore generoso, un’adesione perfetta alla volontà del Padre, cercando sempre la gloria del Padre. Gesù dichiarava: “Non sono disceso dal cielo per fare la mia volontà, ma la volontà di Colui che mi ha mandato” (Gv, 6,38). Il suo Cuore mantenne coraggiosamente questo orientamento di amore filiale durante la sua agonia, dicendo al Padre: “Non sia fatta la mia, ma la tua volontà” (Lc 22,42). Aveva detto prima: “Bisogna che il mondo sappia che io amo il Padre e faccio quello che il Padre mi ha comandato” (Gv, 14,31).
In un momento di angoscia al pensiero dell’avvicinarsi della sua Passione, invece di dire: “Padre, salvami da questa ora”, aveva detto generosamente: “Padre, glorifica il tuo nome” (Gv, 12,27-28). D’altra parte, Gesù accoglieva nel suo Cuore l’infinita misericordia del Padre e manifestava quindi un amore fraterno per tutti e riversava la misericordia del Padre su tutte le persone che incontrava, specialmente le persone più bisognose, malati, infermi, poveri, peccatori.
Ripeteva la parola di Dio riferita dal profeta Osea: “Misericordia io voglio e non sacrificio” (Os 6,6; Mt 9,13; 12,7). I vangeli sinottici caratterizzano l’atteggiamento del Cuore di Gesù con un verbo greco derivato dalla parola greca che significa “viscere”, un verbo che esprime quindi una emozione viscerale: le mie viscere si commuovono. Noi diremmo: il mio cuore si commuove. “Viene a Gesù un lebbroso che lo supplicava... il suo cuore si commosse, stese la mano, lo toccò e gli dice: Lo voglio, sii purificato. E subito la lebbra scomparve” (Mc 1,40-42). Vedendo la vedova di Naim nel corteo funebre del suo figlio unico, “il Signore ebbe il cuore commosso per lei e le disse: Non piangere” e rese la vita al figlio (Lc 7,12-15). “Due ciechi sentirono che Gesù passava, si misero a gridare: Signore, abbi pietà di noi... il cuore di Gesù si commosse, egli toccò i loro occhi e subito recuperarono la vista” (Mt 20,30-34). In più passi dei vangeli, viene detto che il Cuore di Gesù si commosse alla vista delle folle (Mt 9,36; 14,14; 15,32; Mc 6,34; 8,2). “Vedendo le folle, ebbe il cuore commosso, perché erano stanche e sfinite, come pecore senza pastore” (Mt 9,36). Gesù allora interviene generosamente: “si mise ad insegnare loro molte cose” (Mc 6,34); “guarì i loro malati” (Mt 14,14); moltiplicò i pani (Mt 14,15-21; 15,32-38; Mc 8,2-9); inviò in missione gli apostoli (Mt 9,36-10,1). Tutti questi interventi sono espressione della misericordia delle “viscere” di Gesù, misericordia del suo cuore.
La Lettera agli Ebrei ci rivela che, per mezzo della Passione, il Cuore di Gesù ha acquisito una misericordia ancora più grande. Gesù è diventato allora “sommo sacerdote misericordioso”; “per avere sofferto personalmente quando fu messo alla prova, egli è in grado di venire in aiuto a quelli che vengono messi alla prova” (Eb 2,17-18).
La Lettera agli Ebrei ci dice, d’altra parte, che Cristo “imparò dalla sue sofferenze l’obbedienza”, il che vuol dire che per mezzo della Passione, la legge di Dio è stata scritta in maniera nuova nel Cuore umano di Cristo, “divenuto obbediente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2,8). Così si è adempiuta la profezia di Geremia. Nel contempo, anche quella di Ezechiele si è adempiuta, perché nella risurrezione, ottenuta per mezzo della Passione, Cristo ha veramente un cuore nuovo, ripieno di Spirito Santo, e nell’eucaristia egli mette in noi il suo cuore nuovo e ci comunica lo Spirito Santo, il quale ci riempie di amore filiale verso il Padre, “gridando nei nostri cuori: Abbà, Padre” (Gal 4,6), e di amore fraterno per tutti i nostri fratelli e le nostre sorelle (cf Gal 5,22; 1Ts  4,9-10; 1Pt 1,22).
Così, il mistero di Cristo ci fa veramente passare “dal Cuore di Dio all’uomo di cuore”. Nella celebrazione eucaristica, accogliamo con gioia tutta la ricchezza di amore che sgorga dal Cuore di Cristo, affinché ciascuno di noi diventi uomo di cuore, nel rendimento di grazie a Dio e nel servizio generoso ai fratelli.

COME PREGARE INSIEME UN SALMO
Carlo Maria card. Martini


Il valore dei Salmi
Fra i libri della Bibbia il libro dei Salmi ha un valore tutto particolare: esso racchiude 150 preghiere scritte in più occasioni da diverse persone del popolo di Israele.
I Salmi sono stati scritti alcuni secoli prima della nascita di Gesù e rappresentano una straordinaria testimonianza di fede in Dio. Essi ripropongono, a volte, i grandi avvenimenti della storia del popolo ebraico, come il passaggio del Mar Rosso e l’alleanza del monte Sinai; altri Salmi, invece, descrivono dei drammi personali, come la conversione di un peccatore o la sofferenza di un ammalato. Altri ancora sono delle serene preghiere di lode a Dio: esse rivelano la profonda sensibilità degli antichi Ebrei e la loro capacità di cogliere nell’armonia del creato la mano potente del Creatore.
Tutti i Salmi nascono dall’esperienza quotidiana di un popolo che, con semplicità e passione, descrive l’amicizia di Dio con gli uomini usando le immagini proprie del mondo in cui vive. Il Signore, da pastore che ci guida per i sentieri più impervi, diventa così anche colui che ci difende in battaglia dall’assalto dei nemici.
La preghiera dei Salmi ha alle spalle una lunga tradizione; il popolo di Israele li cantava, accompagnandosi con la cetra o con altri strumenti musicali, in tutte le cerimonie religiose. Ma i versetti di questi canti erano anche sulla bocca e nel cuore del semplice uomo ebreo che, dall’alba al tramonto, ritmava con la preghiera tutti i momenti della propria giornata.
Gesù ha spesso pregato con i Salmi. A dodici anni, pellegrino verso il tempio di Gerusalemme, ha cantato i Salmi previsti per il cammino: “Esultai quando mi dissero: andremo alla casa del Signore; ed ora i nostri piedi si fermano alle tue porte, Gerusalemme” (Salmo 121). Il Vangelo ci dice che Gesù frequentava la sinagoga di Nazaret al sabato e quindi si univa alla lettura della Bibbia e alla recita dei Salmi. Ancora, Gesù era fedele alle celebrazioni della Pasqua ebraica e quindi al canto del grande “Alleluia” con il suo ritornello: “Eterno è il suo amore per noi” (Salmo 135).
Rileggendo attentamente il racconto della Passione di Gesù si possono intravedere le citazioni di molti Salmi; infine, le sue ultime parole sulla croce sono ancora suggerite dai Salmi: “Dio mio, Dio mio perché mi hai abbandonato?” (Salmo 21) e “Nelle tue mani, Signore, affido il mio spirito” (Salmo 30).
La comunità dei primi cristiani, guidata dallo Spirito Santo, ha fatto proprie queste preghiere dei Salmi, applicando al suo Signore e a se stessa ciò che nei Salmi è detto del popolo di Dio, di Gerusalemme, del re, del tempio, della terra promessa, del regno, dell’alleanza.
Le preghiere ebraiche divengono preghiere della Chiesa, la nuova Pasqua è il Signore morto e risorto, l’eterna Alleanza è l’Eucaristia.
Lungo la tradizione della Chiesa ogni Salmo riceve un titolo che ci aiuta a comprenderlo, e viene introdotto con una antifona che adatta il Salmo al mistero di Gesù celebrato lungo tutto l’anno liturgico.

Che cosa possono dire i Salmi a noi uomini del 2000 secolo? lo credo che essi contengano almeno tre segreti:
- la capacità di leggere l’opera di Dio nel mondo, come espressione della vicinanza e dell’amicizia del Signore con le sue creature.
- la capacità di leggere in profondità il cuore dell’uomo, per ricondurre ogni gioia ed ogni difficoltà alla fiducia e alla speranza di chi crede in Dio.
- la capacità di leggere in trasparenza la storia di un popolo, per scoprire in essa la realizzazione del progetto di Dio che attraverso Israele chiama alla salvezza tutti gli uomini.

Come pregare un Salmo?
1. La nostra decisione di pregare con un Salmo deve portarci anzitutto alla scelta di un Salmo adatto. Ogni Salmo si accompagna meglio ad una particolare situazione della nostra esistenza: forse stiamo vivendo un momento di gioia oppure di tristezza, forse attraversiamo un periodo di singolare vicinanza con Dio oppure mai come adesso lo sentiamo lontano dalla nostra vita. I Salmi sono uno specchio fedele dei sentimenti dell’uomo ed ogni nostro atteggiamento si riflette in uno di essi. Vogliamo sperimentare la presenza del Signore in mezzo a noi, ed abbiamo un grande desiderio di comunicare con lui e per questo credo che sia bello far questa esperienza di preghiera con il Salmo 137 (138).
2. Tutti dobbiamo avere il testo davanti. Ci introduciamo in un’atmosfera di preghiera con il segno della croce accompagnato da un momento di silenzio; dobbiamo ora fermare la nostra attenzione sulla reale presenza del Signore in mezzo a noi, e sapere che stiamo iniziando a dialogare con lui.
3. Ora uno di noi legge, una prima volta, con molta calma, il Salmo 137 (138): Ti rendo grazie, Signore, con tutto il cuore; hai ascoltato le parole della mia bocca .A te voglio cantare davanti agli angeli, mi prostro verso il tuo tempio santo. Rendo grazie al tuo nome per la tua fedeltà e la tua misericordia: hai reso la tua promessa più grande di ogni fama. Nel giorno in cui ti ho invocato mi hai risposto, hai accresciuto in me la forza. Ti loderanno, Signore, tutti i re della terra quando udranno le parole della tua bocca. Canteranno le vie del Signore,perché grande è la gloria del Signore; eccelso è il Signore e guarda verso l’umile, ma al superbo volge lo sguardo da lontano. Se cammino in mezzo alla sventura, tu mi ridoni vita;contro l’ira dei miei nemici stendi la mano e la tua destra mi salva. Il Signore completerà per me l’opera sua. Signore, la tua bontà dura per sempre: non abbandonare l’opera delle tue mani!

La prima lettura del Salmo ci ha dato la possibilità di entrare nello spirito della preghiera che abbiamo scelto, ci ha messo di fronte alle intenzioni dell’autore e al significato generale della sua orazione.
4. Ora riprendiamo il Salmo dall’inizio e per fare una preghiera veramente corale, incominciamo a leggerlo con voce sommessa. Dobbiamo qui cercare di fare nostre le parole che leggiamo; è come se ciascuno di noi si mettesse al posto dell’autore e pronunciasse per la prima volta al Signore questa preghiera.
5. Facciamo adesso un momento di silenzio, nel quale ciascuno sceglie la parola o la frase del Salmo che più hanno colpito la sua attenzione. È un modo per non fermarsi alla superficie del Salmo, per penetrarlo in profondità. Vogliamo così far risuonare in noi ogni particolare, ogni immagine ed ogni passaggio del Salmo per arrivare a coglierne l’essenzialità del messaggio ed insieme l’universalità della sua cornice.
6. Senza un preciso ordine, interveniamo uno dopo l’altro, anche più volte, lasciando sempre un breve spazio dopo ogni suggerimento:
...hai ascoltato le parole della mia bocca.
Il Signore guarda verso l’umile.
La tua fedeltà... e la tua misericordia. Tu mi ridoni vita...
A te voglio cantare...
Ti ho invocato... mi hai risposto.
Il Signore completerà per me l’opera sua...
7. Ci siamo immedesimati nell’autore del Salmo ed abbiamo penetrato a fondo il suo significato; ora la mente lascia spazio alla voce del cuore. Le parole, le immagini, le espressioni più belle del Salmo diventano nostra preghiera, ci suggeriscono spontaneamente alcune semplici intenzioni:
- Stiamo imparando a pregare, e tu Signore hai ascoltato le parole della nostra bocca, aiutaci a fare tesoro di questa meravigliosa esperienza. Rit: “Signore, la tua bontà dura per sempre!”.
- Signore, la tua fedeltà è grande, ma noi uomini spesso non ci fidiamo della tua Parola e ci comportiamo male, rendici capaci di accogliere il tuo perdono e di fare esperienza della tua misericordia. Rit
- Signore, tu hai chiamato all’esistenza ciascuno di noi, e ogni giorno ci ridoni la vita, aiutaci a rispettare anche la vita degli altri, soprattutto quella delle persone più deboli, dei bambini e degli anziani. Rit
- Signore, sono contento, a te voglio cantare insieme a tutti i ragazzi del mondo! Rit
- Una famiglia del nostro paese, forse, sta vivendo dei momenti di tristezza per la morte di un loro caro, Signore, nel dolore ti hanno invocato, rispondi alla loro preghiera e rendili forti nella prova. Rit
- I nostri figli sono ancora molto giovani. Nella vita hanno davanti ancora molta strada, devono compiere ancora molte scelte. Signore, completa in loro l’opera che hai iniziato nel giorno del loro Battesimo.
Tutti: “Signore, la tua bontà dura per sempre!”.

Così come l’abbiamo iniziata, concludiamo la nostra preghiera con il segno della croce. Con questo vogliamo riassumere tutte le parole della nostra preghiera per presentarle alla grande famiglia che è Dio Padre, Figlio e Spirito Santo.

GIUSEPPE,
IL VIANDANTE DELLA FEDE
di Paolo  Antoci

“Che bello che i giovani siano “viandanti della fede”, felici di portare Gesù in ogni strada, in ogni piazza, in ogni angolo della terra!” (EG 106). È una delle bellissime affermazioni di Papa Francesco scritte nell’Evangelii gaudium, trattando della pastorale giovanile. Una semplice frase che mi ha portato a pensare a san Giuseppe, al giovane carpentiere di Nazaret.

Al virile sposo di Maria ridiamo quell’età giusta che gli si addice; d’altronde la Sacra Scrittura non ci ha mai riportato un’età adulta del santo patriarca, né tanto meno un’età senile. San Bernardino da Siena, a tal proposito, definì “sciocchi” quei pittori che raffiguravano il nostro santo come: “vecchio malinconioso”, in realtà egli “era tutto il contrario, allegro di cuore, di mente e di viso, veggendosi in tanta grazia di Dio”. Infatti, come Dio ha scelto per incarnarsi una giovane vergine nella perfetta e fiorente femminilità, perché non avrebbe scelto uno sposo che incarnasse anche lui la verginità, nella perfetta e integra mascolinità?

“La difficoltà di accostarsi al mistero sublime della loro comunione sponsale ha indotto alcuni, sin dal II secolo, ad attribuire a Giuseppe un’età avanzata e a considerarlo il custode, più che lo sposo di Maria. È il caso di supporre, invece, che egli non fosse allora un uomo anziano, ma che la sua perfezione interiore, frutto della grazia, lo portasse a vivere con affetto verginale la relazione sponsale con Maria” (Giovanni Paolo II, 21 agosto 1996). Che bello, dunque, riavere un san Giuseppe giovane!

Guardiamolo anche come “viandante della fede” perché è stato lui, dopo Maria santissima, a portare Gesù in ogni strada e in ogni piazza. E continua ancora questo compito, cioè a portare il Figlio di Dio in ogni angolo della terra, in quanto egli è il Protector sanctae Ecclesiae, il custode e patrono della Chiesa.

Immaginiamolo quando teneva in braccio il divino infante percorrendo strade e piazze di Betlemme, di Nazaret e di Gerusalemme; immaginiamolo già trentenne mentre accompagnava con la mano il suo ragazzo adolescente; immaginiamolo ancora quarantenne o cinquantenne al lavoro a fianco del Figlio di Dio diventato ormai suo “garzone” di bottega. Di Gesù, infatti, viene detto: “Non è costui il carpentiere?” (Mc 6,3), “il figlio del carpentiere?” (Mt 13,55), “il figlio di Giuseppe?” (Lc 4,22). I concittadini conoscevano Gesù come discendente davidico, conoscevano la sua storia patriarcale e regale, proprio perché egli era “figlio di Giuseppe di Nazaret” (Gv 1,45; 6,42) e nel Nazareno hanno riconosciuto il Messia, il Salvatore, “colui del quale hanno scritto Mosè nella Legge e i profeti” (Gv 1,45).

Anche noi, oggi, possiamo ben dire che abbiamo conosciuto il Figlio di Dio per mezzo di san Giuseppe perché egli era il padre, non naturale ma neanche adottivo. “La crescita di Gesù in sapienza, in età e in grazia avvenne nell’ambito della santa famiglia sotto gli occhi di Giuseppe, che aveva l’alto compito di allevare, ossia di nutrire, di vestire e di istruire Gesù nella legge e in un mestiere, in conformità ai doveri assegnati al padre” (Redemptoris custos 16). “Nei vangeli è presentato chiaramente il compito paterno di Giuseppe verso Gesù.

Difatti, la salvezza, che passa attraverso l’umanità di Gesù, si realizza nei gesti che rientrano nella quotidianità della vita familiare. Giuseppe è colui che Dio ha scelto per essere l’ordinatore della nascita del Signore, colui che ha l’incarico di provvedere all’inserimento ordinato del Figlio di Dio nel mondo, nel rispetto delle disposizioni divine e delle leggi umane. Tutta la vita cosiddetta privata o nascosta di Gesù è affidata alla sua custodia” (RC 8).

Egli, dunque, è per noi tutti il giovane viandante della fede: “Egli è colui che è posto per primo da Dio sulla via della “peregrinazione della fede”, sulla quale Maria andrà innanzi in modo perfetto” (RC 5). “La fede di Maria si incontra con la fede di Giuseppe. Se Elisabetta disse della madre del redentore: “Beata colei che ha creduto”, si può in un certo senso riferire questa beatitudine anche a Giuseppe, perché rispose affermativamente alla parola di Dio, quando gli fu trasmessa in quel momento decisivo. Ciò che egli fece è purissima “obbedienza della fede”. Si può dire che quello che Giuseppe fece lo unì in modo del tutto speciale alla fede di Maria: egli accettò come verità proveniente da Dio ciò che ella aveva già accettato nell’Annunciazione” (RC 4). “La via propria di Giuseppe, la sua peregrinazione della fede si concluderà prima. Tuttavia segue la stessa direzione, rimane totalmente determinata dallo stesso mistero, del quale egli insieme con Maria era divenuto il primo depositario” (RC 6). “Giuseppe, il quale sin dall’inizio accettò mediante “l’obbedienza della fede” la sua paternità umana nei riguardi di Gesù, seguendo la luce dello Spirito Santo, che per mezzo della fede si dona all’uomo, certamente scopriva sempre più ampiamente il dono ineffabile di questa sua paternità” (RC 21).

Guardiamolo anche come uomo della gioia. Un po’ troppo ci soffermiamo normalmente sugli aspetti dolorosi della “via di fede” di san Giuseppe: premuroso di trovare un alloggio a Betlemme, impaurito nel fuggire in Egitto, preoccupato di tornare in Giudea, addolorato nel cercare suo figlio dodicenne rimasto a Gerusalemme. Eppure a questi aspetti sofferenti, la tradizione cristiana non ha mai trascurato di affiancare le allegrezze che il padre di Gesù ha vissuto nella sua “peregrinazione” terrena. Afferma infatti Papa Francesco all’inizio dell’Evangelii gaudium: “Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia” (EG 1).

È per questo che mi piace pensare al santo carpentiere non come un personaggio triste, silenzioso, malinconico, dormiente e distante, ma come colui che, nella sua giovane virilità, è stato felice perché era accanto a Gesù Cristo, fonte della nostra gioia e dunque non possiamo non immaginarlo come una persona gioiosa; gioiosa perché già beata, beata perché già uomo giusto (Mt 1,19), cioè pio e santo.

È per questo che può essere di esempio e di aiuto per tutti noi. “Capisco le persone che inclinano alla tristezza per le gravi difficoltà che devono patire, però poco alla volta bisogna permettere che la gioia della fede cominci a destarsi, come una segreta ma ferma fiducia, anche in mezzo alle peggiori angustie” (EG 6). Proprio come fece il santo patriarca.

La gioia della fede, la gioia del Vangelo, la gioia promessa dal Padre e realizzata nel Figlio, questa gioia san Giuseppe l’ha ricevuta in dono in una stalla a Betlemme, l’ha custodita nella sua casa a Nazaret, l’ha offerta nel Tempio a Gerusalemme, l’ha fatta conoscere al mondo in Egitto, la porta ogni giorno a ognuno di noi, a ogni persona che riesce ad accogliere in cuor suo il celebre imito: “Ite ad loseph”, “Andate da Giuseppe” . Per tale motivo lo sposo di Maria è il nostro giovane viandante della fede!   


PREGHIERA A SAN GIUSEPPE
di san Bernardino da Siena

Ricordati di noi, o beato Giuseppe, ed intercedi presso il tuo Figlio con la tua potente preghiera; ma rendici anche propizia la beatissima Vergine tua sposa, che è Madre di Colui che con il Padre e lo Spirito Santo vive e regna nei secoli infiniti. Amen.

PERCHÉ FARE LA VIA CRUCIS?

La Via Crucis è un'antica tradizione della Chiesa cattolica risalente al IV secolo, quando i cristiani si recavano in pellegrinaggio in Terra Santa...  Come molte delle nostre tradizioni cattoliche, la Via Crucis può essere ricca, profonda e significativa, ma allo stesso tempo possiamo perdere di vista il suo significato e il modo in cui relazionarci ad essa nella nostra vita quotidiana.

Ecco allora 8 ragioni offerte da PAPA FRANCESCO per le quali dovremmo fare la Via Crucis.

1. Ci permette di riporre la nostra fiducia nel Signore: “Nella Croce di Cristo c’è tutto l’amore di Dio, c'è la sua immensa misericordia. E questo è un amore di cui possiamo fidarci, nel quale possiamo credere... Fidiamoci di Gesù, affidiamoci a Lui, perché Lui non delude mai nessuno! Solo in Cristo morto e risorto troviamo la salvezza e la redenzione” (Via Crucis con i giovani, Giornata Mondiale della Gioventù, 26 luglio 2013).

2. Ci inserisce nella Storia:  “Tu come chi di loro vuoi essere? … Come Pilato, come il Cireneo, come Maria? Gesù ti sta guardando adesso e ti dice: mi vuoi aiutare a portare la Croce? Fratelli e sorelle: con tutta la forza di giovane, che cosa Gli rispondi?” (Via Crucis con i giovani, Giornata Mondiale della Gioventù, 26 luglio 2013).

3. Ci ricorda che Gesù soffre con noi: “Nella Croce di Cristo c’è la sofferenza, il peccato dell’uomo, anche il nostro, e Lui accoglie tutto con le braccia aperte, carica sulle sue spalle le nostre croci e ci dice: Coraggio! Non sei solo a portarle! Io le porto con te e io ho vinto la morte e sono venuto a darti speranza, a darti vita (cfr Gv 3,16)” (Via Crucis con i giovani, Giornata Mondiale della Gioventù, 26 luglio 2013).

4. Ci spinge all'azione:  “La Croce di Cristo invita anche a lasciarci contagiare da questo amore, ci insegna allora a guardare sempre l’altro con misericordia e amore, soprattutto chi soffre, chi ha bisogno di aiuto, chi aspetta una parola, un gesto” (Via Crucis con i giovani, Giornata Mondiale della Gioventù, 26 luglio 2013).

5. Ci aiuta a prendere una decisione a favore o contro Cristo:  “[La Croce] è anche giudizio: Dio ci giudica amandoci. Ricordiamo questo: Dio ci giudica amandoci. Se accolgo il suo amore sono salvato, se lo rifiuto sono condannato, non da Lui, ma da me stesso, perché Dio non condanna, Lui solo ama e salva” (Via Crucis al Colosseo del Venerdì Santo, 29 marzo 2013).

6. Rivela la risposta di Dio al male nel mondo:  “La Croce di Gesù è la Parola con cui Dio ha risposto al male del mondo. A volte ci sembra che Dio non risponda al male, che rimanga in silenzio. In realtà Dio ha parlato, ha risposto, e la sua risposta è la Croce di Cristo: una Parola che è amore, misericordia, perdono” (Via Crucis al Colosseo del Venerdì Santo, 29 marzo 2013).

7. Ci dà la certezza dell'amore di Dio per noi:  “Che cosa ha lasciato la Croce in coloro che l’hanno vista e in coloro che l’hanno toccata? Che cosa lascia la Croce in ciascuno di noi? Vedete: lascia un bene che nessuno può darci: la certezza dell’amore fedele di Dio per noi” (Via Crucis con i giovani, Giornata Mondiale della Gioventù, 26 luglio 2013).

8. Ci guida dalla Croce alla Resurrezione:  “O nostro Gesù, guidaci dalla Croce alla resurrezione e insegnaci che il male non avrà l’ultima parola, ma l’amore, la misericordia e il perdono. O Cristo, aiutaci a esclamare nuovamente: 'Ieri ero crocifisso con Cristo; oggi sono glorificato con Lui. Ieri ero morto con Lui, oggi sono vivo con Lui. Ieri ero sepolto con Lui, oggi sono risuscitato con Lui'” (Via Crucis al Colosseo del Venerdì Santo, 18 aprile 2014).

IL LADRONE CONVERTITO
“Il buon ladrone”: Lc 23,39-43

Uno dei malfattori appesi alla croce lo insultava: “Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi!” L’altro invece lo rimproverava dicendo: “Non hai alcun timore di Dio, tu che sei condannato alla stessa pena? Noi, giustamente, perché riceviamo quello che abbiamo meritato per le nostre azioni, egli invece non ha fatto nulla di male”. E disse: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”. Gli rispose: “In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso” (Lc 23,39-43).

La scena del Calvario, che chiunque immaginerebbe fasciata di silenzio o di grida disumane e strazianti, sorprende il lettore del Vangelo di Luca. In essa risuonano, infatti, scambi di battute e voci diverse, a segnalare un estremo momento di viva umanità, di dialogo e dibattito. Anche gli ultimi istanti terreni di Gesù sono carichi della dignità della parola. Fino alla fine Gesù sarà il parlante, il Dio che si mette in mezzo, che si incarna nei legami con l’uomo.

Le parole della Croce
Siamo sul luogo detto Cranio (Lc 23,33) e il movie di Luca è a tutto campo. I piani della scena sono tre. Il primo piano è in basso, dove si trova il popolo con i suoi capi e le sue donne, e i soldati addetti ai lavori della crocifissione. Da questo livello salgono motti di scherno e atti di violenza meccanica, risa sguaiate e aceto al posto dell’acqua, per la gola essiccata di un crocifisso. Come se quell’orrore fosse un gioco, un rito qualsiasi da assolvere con cinismo e distacco. Un quadro perfetto della banalità del male. Il terzo piano della scena è in alto, là dove il Cielo è sguardo lontano e misterioso, là dove si erge la Tenda di Dio, la Casa del Padre di Gesù.
In mezzo si trova il secondo piano della scena. Qui ci sono, sospesi nel vuoto, ben tre uomini e non uno soltanto: Gesù e i due malfattori. Una trinità di vergogna, di scarto, di maledizione che emerge nuda e cruda all’orizzonte, facendo sfumare, sullo sfondo, Cielo e terra.
Dal piano della Croce, Gesù si rivolge sia in alto, sia in basso, con un tweet di parole. Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno (Lc 23,34): poche sillabe per ristabilire un’alleanza infranta, per supplicare il Cielo su di loro. Perché la Dignità di un Dio non li abbandoni a se stessi. Perché l’Amore di un Padre misericordioso non li lasci soli e non faccia ricadere sugli omicidi quell’infinito male che esce dalle loro stesse mani. Parole che possano imprimere degli abbracci di luce sul magma di fango di cui pure è fatto l’essere umano.

L’ultima tentazione
Giunge il momento in cui gli occhi di Gesù si fanno miopi e la terra, sotto i suoi piedi, diventa opaca e impercettibile. Mentre tutto il suo corpo scende a pesare sui piedi, i polmoni si schiacciano e il respiro è affannato. Lo spossamento è tale da costringere, probabilmente, Gesù, a chiudere gli occhi. Gli resta il senso sottile dell’udito per l’ultimo contatto col mondo. Anch’esso si fa flebile, tuttavia, e non conduce più a Gesù le voci dei soldati. Queste diventano un rumore di fondo, come sul mixer di un deejay, mentre vengono a galla e si impongono le voci dei due uomini crocifissi accanto a lui, uno alla sua destra e l’altro alla sua sinistra, in una intimità di tortura.
“Non sei tu il Cristo? Salva te stesso e noi” (Lc 23,39), dice uno di loro, col terrore di fronte alla morte e la sfida verso un compagno di condanna, di cui si vociferava che fosse il Messia. Nelle sue parole una venatura di scherno, la rabbia che si fa beffa verso un Dio ridotto allo scandalo della croce. Ma forse, chissà? sotto sotto, il malfattore lanciava un ultimo disperato appello, una superstite speranza che davvero Gesù potesse salvare la vita a tutti e tre.
Chissà cosa avrà pensato Gesù per un attimo, sentendo quella provocazione. Se non avrà avuto la tentazione di scendere davvero con lui e il suo compagno dalla croce. Ma avrà ricordato certamente le parole di un altro, all’inizio della sua missione messianica: “Se tu sei figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane” (cf. Lc 4,3). La stessa sfida che il diavolo gli aveva lanciato nel deserto della fame torna ora sulla croce, nel deserto della sete, per bocca del malfattore. La sfida sulla possibilità di essere un Messia potente e sovrumano. La lotta di Gesù contro la tentazione di incarnare un Dio Onnipotente non era ancora finita... Sulla Croce, quando la paura è bagnata di vergogna e la debolezza è avvelenata dalla sconfitta, essa diventa ancora più insidiosa.
Gesù tace dinanzi alle parole del suo compagno in croce. Ma sarà il terzo, quello sull’altro lato, a rimproverarlo.

Il malfattore buono
Il cosiddetto “buon ladrone” entra in gioco per difendere Gesù. Egli dimostra che quel supplizio è per lui un’occasione per rendersi conto pienamente della sua colpa. Non si ribella alla giusta sanzione. Sa di averla meritata, ha capito il male che ha commesso. Per questo rimprovera il suo compagno che, invece, non l’ha affatto accettata, non ha riconosciuto i suoi atti corrotti, non ha emendato il suo cuore. Al contrario, il malfattore buono su quella croce soffre non solo il dolore del corpo per la tremenda pena, ma anche e soprattutto il dolore del cuore per aver violato la giustizia. La croce diventa per lui uno strumento di intelligenza, di conversione. Ma c’è un motivo per cui non può tacere ed è la sanzione gettata addosso a quell’uomo giusto che pende dal legno insieme a loro.
Questo è lo scandalo che non gli lascia quieto il cuore: il fatto che “egli non ha fatto nulla”, per cui è la sua condanna a violare la giustizia. E proprio in quell’uomo debole come lui, spacciato come lui, suppliziato come lui, ma giusto, a differenza di lui, il ladrone convertito trova il volto vero e intatto di Dio. Tanto che quel viso sfigurato di Gesù, quegli occhi chiusi dall’ingiuria degli ingiusti, suscitano in lui speranza in un futuro di gloria: “Ricordati di me quando entrerai nel tuo regno”, egli chiede al Messia, Figlio di Dio.   
Il malfattore convertito è più “buono” e vicino a Gesù di Giacomo o di Giovanni, figli di Zebedeo e apostoli scelti fin dalla prima ora. Mentre loro non sapevano, infatti, come fosse il trono di quel Messia, di cui volevano stare a destra e a sinistra (cf. Mc 10,37), lui lo sa. Grande è la sintonia che nasce tra Gesù e il ladrone buono, tale da far impallidire quella di Gesù con i Dodici. A nessuno dei suoi Apostoli, infatti, Gesù aveva mai detto: “Oggi sarai con tue nel paradiso”. Un paradiso che è qui, dove l’amore è più forte della morte.(RV)


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