L’ASSEMBLEA EUCARISTICA,
CUORE DELLA DOMENICA
Goffredo Boselli, monaco di Bose

Un caloroso saluto a tutti e a tutte voi fedeli di questa chiesa di Otranto. E un affettuoso ringraziamento all’arcivescovo Donato per l’invito che mi ha rivolto e per la fiducia che ha verso di me.
Il riunirci di noi credenti nel giorno del Signore per ascoltare la parola di Dio e spezzare l’unico pane, e dunque nutrirci del Vangelo e cibarci dell’eucaristia, è davvero il cuore della domenica. L’assemblea eucaristica è il cuore della domenica, perché ciò che in essa celebriamo è il cuore della nostra fede: la resurrezione del Signore Gesù Cristo. Vi siete riuniti in questo convegno diocesano, dunque, non semplicemente per trattare un tema tra i tanti possibili, quanto invece per riflettere su una realtà – l’assemblea eucaristica domenicale – che nella vita della Chiesa non è solo qualcosa di importante ma è una realtà essenziale e decisiva, perché senza l’assemblea eucaristia domenicale la Chiesa non può essere Chiesa e noi credenti non possiamo essere cristiani. “Sine dominico non possumus”, Non possiamo vivere senza celebrare il giorno del Signore, confessavano nel IV secolo i cristiani di Abitinia, l’attuale Tunisia, arrestati mentre perché celebravano i dominicus, l’eucaristia domenicale. Il dominicus è l'unica loro ragion d'essere; e per averlo celebrato vengono torturati e messi a morte. Come vorrei che ciascuno di noi questa sera uscisse da questa sala sapendo a memoria questa vera e propria confessione di fede: Sine dominico non possumus. 
L’assemblea liturgica domenicale una realtà essenziale e decisiva, e per riflettere su questa realtà ho scelto il racconto evangelico di Emmaus come immagine e, al tempo stesso paradigma di ogni assemblea eucaristica domenicale. Ogni eucaristia nel giorno del Signore è il vangelo di Emmaus. Ciò che il Signore compie in ogni eucaristia domenicale è ciò che egli ha fatto sul cammino di Emmaus. Ciò che noi siamo chiamati a vivere nell’eucaristia domenicale è ciò che hanno vissuto i due discepoli di Emmaus. In sintesi, la nostra liturgia domenicale è la liturgia di Emmaus.
La liturgia di Emmaus emergerà in tutta la sua capacità di essere modello ispiratore delle nostre assemblee eucaristiche domenicali che ci attente nei prossimi anni, ossia una liturgia più attenta alla concreta situazione degli uomini e delle donne del nostro tempo che, come i due di Emmaus, hanno la speranza spezzata e, per questo, se ne vanno delusi e faticano a riporre fiducia in qualcuno, ad avere ragioni in cui sperare ancora.
In questa prospettiva, ho scelto di sostare sull’assemblea eucaristica domenicale alla luce del racconto di Emmaus, percorrendo due itinerari che si incroceranno costantemente perché tra loro convergenti. Il primo itinerario è quel del ruolo della liturgia nell’annuncio del vangelo oggi. In breve, liturgia ed evangelizzazione. Si ha talvolta l’impressione di non essere pienamente consapevoli che la liturgia è una realtà evangelizzante in se stessa e da sé stessa. Il secondo itinerario, strettamente congiunto al primo, cercherà di discernere quale esperienza di assemblea eucaristica domenicale, ossia quale liturgia per l’uomo e la donna del nostro tempo. Sono loro i soggetti delle nostre eucaristie domenicali, cioè i destinatari delle nostre liturgie e per questo, fin da ora, siamo chiamati a un esercizio di vigilanza e di discernimento.

La liturgia di Emmaus
Perché ho scelto il racconto di Emmaus come paradigma di riflessione? La ragione sta nel fatto che Emmaus è liturgia fatta Vangelo, cioè è l’esperienza liturgica della comunità apostolica che è diventata narrazione evangelica.
Come ogni testo del Nuovo Testamento, Emmaus è un testo dove la Chiesa si racconta e quindi al tempo stesso si espone e si giudica, dove la Chiesa dice ciò che è e si misura su ciò che dovrebbe essere. Nessun esegeta dubita ormai che questo episodio sia impastato dell’esperienza che i primi cristiani facevano in quelle forme embrionali di liturgia che tuttavia già racchiudevano l’essenziale del culto cristiano: la lettura delle Scritture alla luce della morte e risurrezione di Cristo e la frazione del pane, cioè l’eucaristia. Al contempo, in questa pagina di Luca la Chiesa si è data da sé stessa la norma della sua pratica, così che potrà sempre tornare a Emmaus come al canone della sua liturgia e lì valutarla. È quello che cercheremo di fare anche noi, torneremo a Emmaus come alla fonte della nostra liturgia nella consapevolezza che ciò che il Signore ha compiuto a Emmaus è ciò che ancora oggi egli compie nelle nostre liturgie.
Nell’episodio dei discepoli di Emmaus la prima generazione di cristiani ha raccontato il cammino che ha compiuto per giungere alla fede pasquale. Emmaus mostra come si diventa cristiani e come si rimane cristiani. Per questo Emmaus è, in modo del tutto indisgiungibile,  un microcosmo della fede cristiana e un microcosmo dell’autenticamente umano. È microcosmo della fede perché gli elementi essenziali vi sono contenuti: la presenza del Risorto sempre da riconoscere, l’intelligenza delle Scritture, lo scandalo della croce, l’eucaristia, l’annuncio “il Signore è risorto”, la comunione nella Chiesa. Ma Emmaus è anche un microcosmo dell’autenticamente umano, perché è un’affascinante esperienza umana, un vero e proprio itinerario di maturazione umana. Vi troviamo la ricerca di senso, il cammino, il dialogo, la sofferenza e la morte, lo scendere della sera con le sue tenebre e paure, l’ospitalità, la condivisione del pane, l’apertura degli occhi che è riconoscimento, comprensione di senso, ritorno alla relazione abbandonata. Emmaus è dunque al tempo stesso microcosmo dell’essenza del cristianesimo e dell’autenticamente umano, è cammino di fede ed è cammino di umanizzazione come lo è la liturgia.
Il nostro intento non è di fare un commento esaustivo e tanto meno una lectio di questa pagina del Vangelo, ci limiteremo invece a cogliere come da questo racconto emerga il modo in cui nella liturgia Gesù Cristo continua ad annunciare il Vangelo ai suoi discepoli, facendo compiere loro un cammino di misericordia e di speranza che ha al suo culmine l’eucaristia. Articolerò il mio intervento in quattro punti: 1) il cammino, 2) la presenza 3) la parola, 4) l’ospitalità.
Cammino
Il racconto di Emmaus si svolge per intero lungo la strada che va da Gerusalemme a Emmaus, ed è esattamente un’andata e un ritorno. In particolare, dall’inizio del racconto alla sosta per la cena, tutto avviene in movimento. Si inizia dicendo che “due di loro erano in cammino” e “mentre conversavano e discutevano insieme Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro”. Il movimento compiuto da Gesù è di avvicinarsi a “due di loro” che stanno camminando, per mettersi al loro passo e aver parte ai loro discorsi. Quasi a voler porre l’accento sul nesso tra parlare e camminare Gesù domanda: “Che sono questi discorsi che state facendo tra voi camminando (peripatoùntes)?”. Domandando di cosa parlano in realtà fa dichiarare ai due la ragione del loro cammino e, più a fondo ancora, l’oggetto della loro ricerca.
La fede pasquale nasce in cammino perché essa è un cammino. Il cristianesimo stesso negli Atti degli Apostoli è più volte chiamato “Via (ódos)” (At 9,2), mentre per Pietro la condizione dei cristiani è di essere “stranieri e pellegrini” (1Pt 2,11) cioè gente che cammina, e per Giovanni dirsi credenti in Cristo significa “camminare come lui ha camminato” (1Gv 2,6). La liturgia di Emmaus è in cammino a dire che la liturgia cristiana è sempre in itinere, e che ogni eucaristia celebrata sulla terra è soltanto sacramento del “banchetto di nozze dell’Agnello” (Ap 19,9), è un pasto nell’attesa del compimento, una cena lungo il cammino. Non dobbiamo dimenticare che uno dei nomi più antichi del radunarsi dei cristiani per la liturgia è il verbo latino procedere (avanzare), da cui proviene il nome processio dato all’assemblea liturgica , un nome che con tutta probabilità è la traduzione latina di sýnodos.
Pensare l’assemblea eucaristica domenicale come sinodo, un fare strada insieme, corrisponde all’immagine neotestamentaria di chiesa come popolo che cammina. In una certa misura, è questa consapevolezza che ha anche configurato lo spazio liturgico cristiano, che nella sua forma più tipica dispone l’assemblea dei fedeli orientata verso l’altare e l’abside, dunque rivolta al Signore veniente. L’uso recente di porre l’altare al centro con l’assemblea radunata attorno fa torto allo specifico dello spazio liturgico cristiano, perché descrive un cerchio e, di fatto, chiude la chiesa su stessa. Quanta ideologia si è fatta sul circumstantes! Al contrario, il Signore sta sempre davanti alla sua chiesa, la precede, chiamandola a camminare dietro di lui e, al contempo, ad andare incontro a lui il “Veniente” (Mt 21,7).
La liturgia di Emmaus avviene in cammino non solo perché si diventa cristiani attraverso un itinerario ma anche perché il credere è un camminare, anzi la fede ne è la causa, secondo la bella espressione di Paolo “noi camminiamo per la fede (día písteos)” (2Cor 5,7). Per questo, uno dei primi compiti dell’assemblea eucaristica domenicale è mantenere in movimento la fede, ossia far vivere la fede come dinamica e crescita perché la liturgia cristiana non è il culto di una religione materna e dunque avvolgente, protettiva e rassicurante, ma ha al cuore la parola di Dio Padre che risuona, giudica e chiede conversione. Si ha l’impressione che una delle tentazioni che talvolta oggi attraversa il nostro modo di celebrare, specie con i giovani, sia quella di apprestare una liturgia che mira soprattutto alla dimensione affettiva delle persone, tutto sembra orientato all’emotività al fine di suscitare l’emozione, la suggestione. Così al centro è posto il sentire della persona, ciò che prova e non invece l’appello a uscire da sé per ascoltare la parola di Dio, in un cammino di conversione e di comunione con il Signore e con i fratelli e le sorelle nella fede.
La liturgia cristiana deve muovere e in certi casi perfino scuotere la fede di chi vi partecipa. Questo significa che non raggiungono una piena qualità cristiana quelle liturgie nelle quali ci si accontenta di acquietare le coscienze, liturgie predisposte per essere una riserva di buoni sentimenti e di sani valori. A volte, finanche liturgie messe prontamente a disposizione per modellare una religione pubblica senza fede, come serbatoio d’identità culturali e di tradizioni. In realtà, è sempre necessario ricordare che il cristianesimo è da se stesso, su questioni fondamentali, una controcultura di cui la liturgia deve essere il segno più immediatamente eloquente agli occhi del mondo.
Comprendere l’assemblea eucaristia domenicale come una realtà in itinere di una fede in cammino significa, nel preciso contesto antropologico, culturale e sociale nel quale viviamo, comprendere che le nostre liturgie, e più in generale le celebrazioni dei sacramenti, sono oggi chiamate ad ospitare un modo di vivere la fede, anche tra i credenti più assidui, che non è più, come un tempo, la somma di certezze incrollabili ma è l’espressione di un desiderio di qualcosa e di qualcuno in cui poter sperare, così che credere significa aggrapparsi a una speranza. Oggi la fede è, infatti, perlopiù esperimentata come l’apertura a una speranza, così che lo sperare di credere è già un credere alla maniera nascente. La liturgia è realtà evangelizzante quando è in grado di interpretare la situazione di quelle persone che credono solo perché sperano di credere. La liturgia è realtà evangelizzante quando è capace di raggiungere il credente nella sua fatica di camminare nella fede. Occorre, appunto per questo, essere consapevoli che, il più delle volte, la presenza all’eucaristia domenicale rappresenta quel sottile filo che tiene il credente e la comunità cristiana ancora uniti e comunicanti, talvolta in modo precario. Per questo, oggi è necessaria una liturgia che non si limiti a celebrare verità e proclamare certezze ma sappia anche prendere in contro chi vive l’inquietudine del credere fino a conoscere anche il dubbio e l’oscurità. Una liturgia che va loro incontro fino a portare la fatica di chi fatica a credere.
Per questo, occorre fare attenzione a liturgie troppo festanti al limite del superficiale, eccessive nei toni e negli accenti, quasi che si debba sempre e a ogni costo far festa. Domandiamoci: si è altrettanto capaci di offrire ai credenti liturgie capaci di suscitare la speranza, di nutrirla. Liturgie capaci di dare ragioni per sperare a cuori stanchi e affaticati, capaci di risollevare quanti, come i discepoli di Emmaus, si fermano “con il volto triste”. Lo sappiamo, la fatica a credere ad avere fiducia negli altri, nella vita, nel futuro, è uno dei tratti che caratterizzano l’uomo e la donna occidentali dei nostri giorni e questo non può non segnare anche la fede del credente contemporaneo. È oltremodo necessario domandarsi se le nostre assemblee eucaristiche domenicali non suppongano come destinatari unicamente uomini e donne dalla fede salda, per le quali tutto è evidente, certo, definito. Oggi la liturgia deve saper essere realtà evangelizzante per una generazione di credenti con poca capacità di fede, che non è l’apistía (mancanza di fede) e neppure la oligopistía (la poca fede) ma la asthéneia tes písteos, la debolezza nella fede (cf. Rm 4,19; 14,1). Solo una liturgia che sa accogliere la fragilità della fede sarà una liturgia evangelizzante perché saprà, come Gesù ascoltare, e interpretare l’appello che il padre del ragazzo epilettico gli rivolse: “Credo; aiutami nella mia incredulità” (Mc 9,24).

Presenza
Il secondo elemento che emerge all’inizio del racconto lucano è la dove viene detto che “Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro”. Michel de Certeau, nel suo prezioso commento a Emmaus, così lo interpreta: “È sempre lui che viene a noi. Dio si fa nostro prossimo. A queste pecore senza pastore, a questi malati senza medico, a questi uomini spogliati delle loro speranze ma ancora abitati dal suo ricordo e che lo cercano anche là dove sanno bene di non trovarlo; proprio in questo povero tesoro dei sogni perduti, Gesù si avvicina. Essi lo rimpiangono ed egli è là che cammina con loro. “Lui” e “loro”: Luca inquadra la sua frase in queste due parole che riassumono la storia, ogni storia. Lui con noi” .
Come in quella di Emmaus anche in ogni assemblea eucaristica domenicale il Signore si fa vicino e presente, e la chiesa è chiamata a riconoscere il mistero della sua presenza personale. Certo, l’assemblea liturgica è una convocazione, un venire del popolo alla presenza del Signore, ma è sempre al tempo stesso un venire, un farsi prossimo del Risorto alla sua comunità. Nei racconti delle manifestazione del Risorto, in Luca come in Giovanni, si dice: “Venne Gesù, stette in mezzo e disse loro: «Pace a voi!»” (Gv 20,19; cf. Lc 24,36). Per questo, la prima parola di benedizione che il presbitero rivolge ai fedeli è “Il Signore sia con voi”, che può essere tradotto anche come l’affermazione “Il Signore è con voi”, come ha fatto il messale portoghese che ha colto il senso biblico di questa espressione: “O Senhor esteja convosco!” alla quale l’assemblea risponde “Ele está no meio de nós”  (Egli è in mezzo a noi). Riconoscere la presenza del Signore è dunque il primo atto di fede che l’assemblea compie.
In ogni assemblea eucaristica domenicale il Signore evangelizza la sua comunità attraverso il mistero della sua presenza personale a dire che il Vangelo si annuncia solo da persona a persona. La relazione che si stabilisce tra Cristo e la chiesa nella liturgia è personale, giacché nella preghiera liturgica un “noi” si rivolge a un “tu”: “Tu solo il Santo, tu solo il Signore Gesù Cristo” si confessa nel Gloria; “Annunciamo la tua morte, Signore” canta l’anamnesi, ma soprattutto al termine del Vangelo si acclama “Lode a te, o Cristo!”, riconoscendo che è lui che parla quando nella chiesa si leggono le Scritture.
Alla scuola della liturgia la chiesa impara che evangelizzare è anzitutto creare una relazione personale. Presenza, sia chiaro, non come categoria militante, ma come un farsi prossimo all’altro che è già annuncio del Vangelo anche senza parole. A Emmaus il Risorto si fa prossimo prima di farsi parola, fa strada insieme ai due discepoli prima di farsi riconoscere da loro. É ben nota la raccomandazione che Francesco di Assisi faceva ai frati che andavano tra i saraceni di predicare il Vangelo e, se necessario, di usare anche le parole . Questa forma di evangelizzazione la visse fino alla morte anche Charles de Foucauld nel Sahara algerino, con la sola presenza in mezzo ai Berberi credenti dell’Islam.
Come ai discepoli di Emmaus così nell’eucaristia domenicale il Risorto fa anzitutto dono della sua presenza per insegnare alla chiesa che l’evangelizzazione, prima di essere parola, è farsi prossimo, è presenza accanto, vicinanza, prossimità. Non si può certo negare che spesso le nostre liturgie sono a immagine del modello di evangelizzazione che la chiesa propone: la chiesa celebra come evangelizza ed evangelizza come celebra. Probabilmente questa è una delle cause che può spiegare il verbalismo che caratterizza le nostre liturgie. Il noto verso di Girolamo “sermo silens et silentium loquens” , parola silenziosa e silenzio eloquente, sarebbe un buon programma di ars celebrandi.

Parola
Accediamo ora alla parte più estesa e, a ben guardare, nodale del racconto di Emmaus, la parte della parola, dell’ascolto reciproco tra Gesù e i discepoli. La pagina di Emmaus è in prevalenza una discussione, uno scambio di vedute e di interpretazione di fatti. Il testo annota da subito una certa abbondanza di parola quando da prima sottolinea che i due “conversavano tra loro di tutto quello che era accaduto”. All’inizio del racconto vi è dunque un’enfasi posta sulla parola, e Luca fa proprio della parola tra i due discepoli il luogo da dove Gesù proviene: “Mentre conversavano e discutevano insieme, Gesù in persona si avvicinò e camminava con loro”. Il Risorto pare sorge dalla conversazione stessa, ed è già questa una forma di risurrezione. Non per nulla il lavoro di Gesù, a ben guardare, sarà un lavoro di parola, più esattamente del dare la parola alle Scritture.
Vi è un primo tempo della parola ed è quello dello scambio. Gesù stesso ne da inizio, come al suo solito, ponendo delle domande. Non si impone, li osserva, li ascolta, entra nella loro condizione come il Figlio di Dio è entrato nel mondo e come il Vangelo ancora oggi entra nella storia di ciascuno. Sì, Gesù prima di parlare ascolta, fino ad acconsentire di essere preso per uno che non sa: “Solo tu sei forestiero a Gerusalemme! Non sai ciò che vi è accaduto in questi giorni?”. Si lascia prendere per estraneo ai fatti lui che ne è stato il protagonista. È una forma di kénosi del sapere pur di guadagnare qualcuno che a volte anche il nostro stile ecclesiale dovrebbe conoscere. Sembra di sentire Paolo quando scrive: “Mi sono fatto debole per i deboli, per guadagnare i deboli; mi sono fatto tutto per tutti, per salvare a ogni costo qualcuno” (1Cor 9,22). Solo chi è consapevole che ogni sapere, dunque anche il suo, non può essere assoluto, è disposto al dialogo, allo scambio che è sempre una dinamica di dare e ricevere. Il Cristo di Emmaus sembra dirci che evangelizzare è anzitutto saper ascoltare e non solo asserire, è saper suscitare domande e non solo dare risposte. Evangelizzare è cercare e perfino mendicare il dialogo, così caro a Paolo VI, in un rapporto di reciprocità. La chiesa, certo, ha da dare all’umanità una parola di vita e di salvezza ma anche l’umanità laica e non credente ha da insegnare alla chiesa dei valori umanamente altissimi e la storia dimostra quanto e come ciò sia avvenuto. 
Allora l’assemblea eucaristica nel giorno del Signore, e in modo del tutto particolare la pastorale dei sacramenti, sarà una realtà che evangelizza quando saprà suscitare la domanda di fede e non solo rispondere alla domanda di sacramenti. La pastorale sacramentale è annuncio del Vangelo quando non si accontenta di soddisfare i bisogni religiosi, diversamente avremo fatto delle parrocchie dei sacramentifici, erogatrici di servizi religiosi che offrono, al pari di altri produttori, dei beni di consumo. Invece, la liturgia evangelizza quando è capace di quell’attenzione che il Risorto ha avuto nei confronti dei discepoli di Emmaus e che Michel de Certeau così considera: “La sua attenzione li crea e li rispetta: essa li genera alla «loro» esistenza, a questa via che viene a lui e che è un dialogo con lui” . È necessario domandarsi se i credenti di oggi non cerchino nell’assembela liturgica una maggiore capacità di ascolto, di attenzione a loro, di cura e una minore quantità di parole, insegnamenti, ammonimenti e perfino avvisi.
Da Gesù interrogati, i due discepoli raccontano per ordine “ciò che riguarda Gesù il Nazareno”, raccontano i fatti avvenuti, in modo obiettivo. Terminato il racconto, i due discepoli hanno da prima l’umiltà di lasciarsi rimproverare e giudicare da Gesù – “stolti e lenti di cuore a credere” – e poi lo ascoltano, diremmo si lasciano evangelizzare. In questo modo i due discepoli si decentrano da loro stessi e dalla loro visione dei fatti per porre al centro il forestiero e la sua interpretazione. Ma anche Gesù si decentra per porre al centro le Scritture, “e cominciando da Mosè e da tutti i profeti, spiegò loro in tutte le Scritture  ciò che si riferiva a lui”. Alla loro conversazione su “tutto quello che era accaduto” Gesù mette di fronte “tutti i profeti … tutte le Scritture”.
Questo è ciò che avviene nella liturgia della parola di ogni eucaristia domenicale: per lasciarsi evangelizzare dal Signore la comunità cristiana riunita si decentra per ascoltare le Scritture. All’interno dell’assemblea liturgica ciascun credente, ponendosi in ascolto della Parola, si decentra da sé, dalla sua interpretazione degli eventi, dalla sua visione della storia, dal suo giudizio sugli altri e pone non la sua ma un’altra parola al centro, la parola di Dio. Questo è il principio dell’evangelizzazione: la chiesa che pone al centro la parola di Dio contenuta nelle Scritture e vi si sottomette.
Nella liturgia la chiesa si lascia evangelizzare, perché sottomettendosi al Vangelo lascia che la parola di verità la giudichi e la critichi così come i discepoli di Emmaus hanno accettato la critica del forestiero alla loro interpretazione dei fatti avvenuti a Gerusalemme. Papa Francesco nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium ha ricordato che “la Chiesa non evangelizza se non si lascia continuamente evangelizzare”. Scrive al n. 174: Tutta l’evangelizzazione è fondata su di essa (la parola di Dio), ascoltata, meditata, vissuta, celebrata e testimoniata. La Sacra Scrittura è fonte dell’evangelizzazione. Pertanto, bisogna formarsi continuamente all’ascolto della Parola. La Chiesa non evangelizza se non si lascia continuamente evangelizzare. È indispensabile che la Parola di Dio « diventi sempre più il cuore di ogni attività ecclesiale ». La Parola di Dio ascoltata e celebrata, soprattutto nell’Eucaristia, alimenta e rafforza interiormente i cristiani e li rende capaci di un’autentica testimonianza evangelica nella vita quotidiana. Abbiamo ormai superato quella vecchia contrapposizione tra Parola e Sacramento. La Parola proclamata, viva ed efficace, prepara la recezione del Sacramento, e nel Sacramento tale Parola raggiunge la sua massima efficacia.

“Non bisognava che il Cristo patisse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?”; il Risorto rimanda i discepoli non a una generica memoria del loro maestro ma a “queste sofferenze” e al loro significato.  Commenta Agostino: Cominciò a spiegar loro le Scritture in modo che imparassero a riconoscere Cristo proprio dal punto dove si erano allontanati da Cristo. Avevano perso la speranza in Cristo perché lo avevano visto morto. Egli al contrario spiega loro le Scritture argomentando in modo che si persuadessero che, se non fosse morto, non sarebbe potuto essere Cristo .
Le sofferenze del Messia, la croce e anche la risurrezione non sono predette dalle Scritture ma sono conforme alle Scritture, appunto “secondo le Scritture”. Più volte nei racconti pasquali l’evangelista Luca afferma come le Scritture hanno consegnato il loro segreto solo dopo la risurrezione. Ecco il cuore della liturgia di Emmaus offrire un senso a ciò che umanamente non ha senso: le sofferenze e la morte di colui che è “il Santo e il Giusto” (At 3,14). Le Scritture generano senso perché il Risorto le apre; il testo di Luca infatti non dice “mentre ci spiegava le Scritture”, bensì “mentre ci apriva le Scritture”. Emmaus è tutto un aprirsi: si aprono le Scritture, si aprono gli occhi, si apre il pane, si aprono le menti.
L’assemblea eucaristia domenicale è realtà evangelizzante perché è quello spazio nel quale si è continuamente costituiti e ricostituiti credenti. Si impara a conoscere Cristo nella parole di Cristo, dall’ascolto delle sante Scritture.

Ospitalità
“Resta con noi, perché si fa sera”, la parola che trasforma lo straniero in ospite. Come ha scritto Enzo Bianchi, con una punta di ironia,  “i due discepoli, nel tempo passato insieme con Gesù almeno una cosa l’avevano imparata: l’ospitalità, la carità, e chiedono a Gesù di fermarsi da loro, di essere loro ospite” . Invitandolo a entrare per sedersi a tavola e mangiare con loro rivela che i due si prendono cura del viandante sconosciuto. Gregorio Magno commenta: “Il Signore non è stato riconosciuto quando parlava, ma si è fatto riconoscere quando è stato invitato alla tavola. Fratelli miei cari, amate dunque l’ospitalità, amate le opere ispirate dall’amore” .
 L’invito è sempre il luogo della soglia, mentre accogliere l’invito significa oltrepassare la soglia per entrare. “Egli entrò per rimanere con loro”: si è ospiti quando si entra e si resta. Gesù entra e, come gli hanno chiesto, resta con loro e due volte in due versetti si sottolinea la compagnia di Gesù, quasi a dire che quello stare di Gesù con i due discepoli è particolarmente intenso, carico di significati: “Rimani con noi …. Entrò per rimanere con loro … Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. Ed ecco si aprirono i loro occhi e lo riconobbero” (Lc 24,30-31). Lo spezzare il pane è quel gesto che parla solo a chi ha il cuore che già arde per l’intelligenza cristiana delle Scritture. Ed ecco, l’invitato è lui che compie il gesto di chi presiede la tavola: spezza il pane e lo dona. L’ospite è lui che accoglie chi lo ospita a dire che l’ospitalità è riuscita quando si diventa ospite del proprio ospite.
A ben guardare, con i discepoli di Emmaus il Risorto istaura la stessa relazione che nella sua vita creava con le persone di ogni tipo che andavano a lui. L’ospitalità è un’attitudine dell’essere di Gesù di Nazaret, una sua postura, il suo modo di stare al mondo e di entrare in relazione. La sua è una “santità ospitale”, come l’ha definita il teologo Christoph Theobald , che si sottrae per creare attorno a sé uno spazio di libertà, di riconoscimento, comunicando, con la sua semplice presenza, una prossimità benevola nei confronti di coloro che lo incontrano. Ma in cosa consiste questa “santità ospitale” di Gesù che anche i discepoli di Emmaus esperimentano?  È nient’altro che il tipo di relazione che si istaura e l’effetto che essa produce: “Non ardeva forse in noi il nostro cuore mentre egli conversava con noi” riconoscono i due. La frazione del pane, il gesto massimo dell’ospitalità, gesto di condivisione che consente il riconoscimento, corrisponde all’estremo ritrarsi di chi lo compie e il suo scomparire: “Egli sparì alla loro vista”. Qui raggiungiamo il punto estremo dell’ospitalità, creare spazio per l’ospite, il ritirarsi di fronte a lui, fino a scomparire affinché l’ospite possa ritrovare la sua identità di credente e una nuova relazione si crei tra chi ospita e l’ospitato.
La liturgia di Emmaus ci indica che è sempre più urgente che le nostre assemblee eucaristiche domenicali siano capaci di ricreare quel tipo di relazione che Gesù di Nazaret sapeva creare con le persone che incontrava. L’intera esistenza di Gesù è stata una liturgia ospitale, e anche le nostre liturgie sono chiamate a esserlo oggi più che mai. Per questo, negli anni che ci stanno davanti la santità della liturgia sarà chiamata a declinarsi come santità ospitale; non una santità di distanza ma di prossimità. Una liturgia ospitale non è una moda o una strategia pastorale ma è, lo abbiamo visto, la postura stessa di Cristo che anche Risorto si fa cammino, presenza, prossimità benevola, ascolto, parola, pane spezzato.
Per questo, le nostre assemblee liturgiche domenicali saranno realtà evangelizzanti se non ignoreranno le profonde trasformazioni sociali, culturali e antropologiche in corso, i cui esiti sono difficilmente prevedibili. La liturgia, così come la pastorale sacramentale, non può non lasciarsi interrogare dall’attuale fenomeno di decomposizione dell’antropologia, che sempre più osservatori definiscono “disturbo nella definizione dell’umano” . L’umano non è il destinatario passivo delle nostre liturgie ma è la materia stessa di cui sono fatte. Ignorare queste trasformazioni significherebbe non sapere più di quale umanità sono formate le assemblee liturgiche.
Le nostre liturgie non potranno poi non confrontarsi con la progressiva mutazione e frammentazione dei modi di credere che l’avanzare della secolarizzazione produce, specie tra i giovani e in particolare le giovani donne. Si deve costatare che le nostre liturgie sono impostate su un modo di credere che, con il tempo, sarà sempre più diverso rispetto a quello che abbiamo conosciuto fino ad oggi.
Di fronte a tutto questo, la liturgia di domani per poter essere cammini di prossimità, di misericordia e di speranza saranno chiamate a diventare spazi di santità ospitale che significa accoglienza, ristoro, riposo, sosta, riconoscimento. Liturgie dove le persone possano trovare conforto, consolazione e sollievo. La liturgia che ci attende sarà la figura del Cristo che proclama: “Venite a me voi tutti affaticati e oppressi e io vi darò riposo” (Mt 11,28). Misericordia non solo per i peccati intesi come singoli atti di violazione, ma misericordia nei confronti delle condizioni di vita, delle situazione esistenziali segnate spesso da fragilità, debolezza, fatica. Misericordia di fronte a risposte sbagliate date a giuste domande di senso, di fronte a evidenti fallimenti esiti di un autentico desiderio di felicità. Nell’Evangelii gaudium papa Francesco lo ha scritto con grande una chiarezza, quando al n. 47 leggiamo:  L’Eucaristia, sebbene costituisca la pienezza della vita sacramentale, non è un premio per i perfetti ma un generoso rimedio e un alimento per i deboli. Queste convinzioni hanno anche conseguenze pastorali che siamo chiamati a considerare con prudenza e audacia. Di frequente ci comportiamo come controllori della grazia e non come facilitatori. Ma la Chiesa non è una dogana, è la casa paterna dove c’è posto per ciascuno con la sua vita faticosa.
Negli anni che ci stanno davanti, le nostre assemblee eucaristiche domenicali saranno chiamati ad essere sempre di più luoghi e cammini di misericordia, disposte ad accogliere e ascoltare la debolezza della fede e la fatica di sperare dell’uomo e della donna di oggi, consapevoli che, come disse il card. Montini intervenendo in Concilio il 22 ottobre 1962 nella discussione sulla liturgia: “Liturgia nempe pro hominibus… non homines pro liturgia” , la liturgia è per gli uomini non gli uomini per la liturgia.
L’assemblea eucaristica sarà davvero il cuore della domenica se saprà ascoltare il cuore degli uomini e delle donne del nostro tempo.

DALLA MESSA DOMENICALE
ALLA DIMENSIONE EUCARISTICA DELLA VITA
Goffredo Boselli, monaco di Bose


Nella riflessione di ieri abbiamo messo a fuoco l’assemblea eucaristica come cuore della domenica. Questa sera mediteremo invece il cuore eucaristico della vita cristiana o, come recita il titolo, la dimensione eucaristica della vita. L’eucaristia alla quale partecipiamo ogni domenica è  infatti la fonte dell’etica cristiana, la sorgente di un modo di vivere eucaristico, di uno stile eucaristico della vita non solo quella personale di ogni cristiano e di ogni cristiana, ma della vita che ogni comunità  cristiana è chiamato dal Vangelo a vivere.
Al cuore di ogni celebrazione eucaristica ci sono le parole di Gesù nell’ultima Cena. “Questo è il mio corpo che è dato per voi: fate questo in memoria di me” (Lc 22,19). In queste parole sta tutta la dimensione eucaristica della vita. Per questo, ho scelto di declinare la dimensione eucaristica della vita nel rapporto tra eucaristia e condivisione, liturgia e solidarietà con i poveri, nel rapporto tra eucaristia ed esigenza di giustizia sociale che sono stati temi intensamente sentiti e dibattuti nella chiesa durante i lavori del Concilio e poi nel corso degli anni settanta del Novecento. Poi, per oltre trent’anni la scelta preferenziale per i poveri è scomparsa dall’orizzonte della chiesa soprattutto europea, fino a quando due giorni dopo la sua elezione, esattamente  il 16 marzo dello scorso anno, papa Francesco ha detto “Ah, come vorrei una chiesa povera e per i poveri”. Da quel giorno, i poveri sono tornati al cuore della chiesa. Nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium, con il paragrafo titolato “Il posto privilegiato dei poveri nel Popolo di Dio” (nn. 197-201), papa Francesco ha risolutivamente suggellato il ritorno della povertà e dei i poveri al cuore della chiesa.   
Nel suo quotidiano magistero, papa Francesco ricorda con forza che di fronte all’attuale crisi economica e alle cause che l’hanno generata, le comunità cristiane che vivono in occidente devono lasciarsi interpellare da questi temi, al fine di verificare il modo con il quale in questi ultimi decenni esse hanno vissuto e compreso la dimensione etica della liturgia e l’istanza di condivisione con i poveri insita nell’eucaristia. La relazione tra liturgia e povertà non può pertanto più essere taciuta, come è avvenuto negli ultimi trent’anni, perché nelle pagine dell’Antico come in quelle del Nuovo Testamento, nella parola dei profeti come nella sapienza di Israele, nell’insegnamento di Gesù come nella predicazione degli apostoli (e successivamente in quella dei padri della chiesa), la qualità essenziale che fa del culto a Dio un culto a lui gradito è la giustizia verso i poveri, l’equità verso i miseri, il diritto nei confronti degli oppressi. Il credente non può rendere culto al Signore e al contempo ignorare il fratello e la sorella che sono nel bisogno. Dio non esaudisce la preghiera di chi non ascolta il grido del povero, perché non potrà mai esserci culto autentico se coloro che lo celebrano sono causa di ingiustizia. L’eucaristia è sacramento dell’altare tanto quanto sacramento del fratello. Qui sta la dimensione eucaristica della vita.
    In ragione della crisi economica, dal 2008 nella chiesa come nella società sono risuonate parole da tempo dimenticate come sobrietà, moderazione, condivisione, solidarietà, gratuità, parole autenticamente evangeliche e ricche di umanità. Tuttavia il cristiano non può ignorare che ben prima della crisi economica e anche quando essa sarà superata, la liturgia lo fa partecipe della «tavola del Signore» (cf. 1Cor 10,21) dove egli è invitato a condividere con i fratelli «un unico pane» (cf. 1Cor 10,17), affermando così che non può esserci comunione con Dio senza condivisione con i fratelli. È infatti autenticamente cristiana solo quella koinonia che il Signore Gesù ha reso visibile nel segno del pane da lui spezzato e dato ai suoi discepoli, al fine di mostrare che nella
Nel 1971 il vescovo Helder Camara si domandava: Quando l’eucaristia è ricevuta al momento della morte è chiamata viatico: è il compagno per il grande viaggio che ha inizio. Ma come chiamare l’eucaristia ricevuta per vivere e far vivere la giustizia? Non facciamoci illusioni: il mondo conosce molto bene lo scandalo. Sono cristiani, almeno di origine, quel venti per cento di umanità che tiene nelle sue mani l’ottanta per cento delle risorse della terra. Che ne abbiamo fatto dell’eucaristia? Come conciliarla con l’ingiustizia, figlia dell’egoismo? .

    «Che ne abbiamo fatto dell’eucaristia? Come conciliarla con l’ingiustizia, figlia dell’egoismo?». Nella congiuntura economica che l’occidente sta attraversando, questi interrogativi di Helder Camara risuonano con singolare attualità. La provocazione che queste domande contengono non è rivolta al mondo economico o finanziario, ma è indirizzata direttamente alla chiesa che celebra l’eucaristia, ai noi cristiani che ogni domenica siamo convocati dal Signore per spezzare alla sua presenza il pane con le sorelle e i fratelli. «Che ne abbiamo fatto dell’eucaristia?», è questa una domanda che rinvia immediatamente a interrogativi apostolici altrettanto forti, nati anch’essi dalla prassi eucaristica di una comunità cristiana: «Non avete forse le vostre case per mangiare e per bere? O volete gettare il disprezzo sulla chiesa di Dio e umiliare chi non ha niente?» (1Cor 11,22). Sono queste le domande che l’apostolo Paolo rivolge alla comunità cristiana di Corinto responsabile di aver trasformato la «cena del Signore» (1Cor 11,20) in un pasto che non ha più nulla di eucaristico e che ha come effetto quello di «umiliare chi non ha niente» (1Cor 11,22).
    Questa pagina della Prima lettera ai cristiani di Corinto è dunque una fonte da cui ogni comunità cristiana è chiamata ad attingere il senso autentico del suo partecipare alla cena del Signore, verificando il proprio modo di celebrare la liturgia e di comprendere l’eucaristia, nella consapevolezza che l’essere e l’agire della chiesa e di ogni cristiano dipendono, nel bene come nel male, dalla loro concreta prassi eucaristica.    Come ieri abbiamo meditato il racconto di Emmaus, questa sera mediteremo dunque questa pagina della prima lettera dell’apostolo Paolo ai cristiani di Corinto, il capitolo 11, il racconto che Paolo fa della Cena del Signore. Questa pagina di Paolo è il più antico racconto di una celebrazione eucaristica cristiana, quella che ogni domenica ancora oggi celebriamo. E’ esattamente in questa prospettiva che voglio riflettere con voi sulla dimensione eucaristica della vita, alla luce delle parole di Gesù “questo è il mio corpo che è per voi”.
    Sono ben consapevole che la mia scelta di declinare in questa maniera la dimensione eucaristica della vita è una scelta forte e radicale, ma sono altrettanto consapevole che per troppi anni nella Chiesa si è taciuto sul rapporto tra eucaristia e solidarietà con i poveri, tra eucaristia e ingiustizia. 



La comunità cristiana di Corinto

    Quella di Corinto è una giovanissima comunità cristiana, fondata dallo stesso Paolo solo quattro o cinque anni prima di questa lettera (cf. At 18,1-18) che gli esegeti datano attorno al 55 d.C., dunque a soli venticinque anni dalla morte di Cristo. Oltre a essere giovanissima, la comunità cristiana di Corinto è anche piccola. Essa conta qualche decina di cristiani, forse una cinquantina, provenienti in gran parte dal paganesimo. Dalla lettera si deduce che la chiesa di Corinto era composta da persone di classe medio-bassa, anche da schiavi (cf. 1Cor 7,20-24), e pochi erano i ricchi (cf. 1Cor 11,17-34).
 
La cena del Signore
    Per comprendere il senso della denuncia dell’Apostolo, occorre aver chiaro come si svolgeva il pasto comune dei cristiani che Paolo chiama «la cena del Signore». I cristiani di Corinto si riunivano regolarmente nella casa di uno di loro per un pasto comune. Ospiti dei membri abbienti della comunità che mettevano a disposizione le loro case, condividevano ciò che ciascuno portava. Probabilmente i più ricchi portavano cibi e bevande abbondanti e raffinati, i meno abbienti portavano quello che potevano e vi era anche, dice Paolo, «chi non ha nulla» da portare. Erano banchetti in tutto simili ai banchetti pagani dell’epoca, ma si distinguevano per due caratteristiche: non vi era distinzione di ceto sociale, ogni battezzato poteva prendervi parte. Alla stessa tavola si sedevano per la cena del Signore i ricchi e le persone di bassa e anche infima condizione sociale, come gli schiavi. La seconda caratteristica è che nel corso del pasto, non è dato sapere se durante o alla fine, si celebrava l’eucaristia in obbedienza al comando dato da Gesù nell’ultima cena: si rendeva grazie al Signore con la preghiera di benedizione, si spezzava un unico pane e ciascuno ne mangiava un pezzo, si benediceva l’unico calice di vino dal quale ciascuno beveva un sorso. Questa è la forma più antica di quella eucaristia che ancora oggi noi celebrano.
    Ma ecco, nelle parole di Paolo, ciò che era diventata la cena del Signore a Corinto dopo la sua partenza dalla comunità: Non posso lodarvi, perché vi riunite insieme non per il meglio, ma per il peggio. Innanzitutto sento dire che, quando vi radunate in assemblea, vi sono divisioni tra voi, in parte lo credo. È necessario infatti che sorgano fazioni tra voi, perché in mezzo a voi si manifestino quelli che hanno superato la prova. Quando dunque vi radunate insieme, il vostro non è più un mangiare la cena del Signore (kyriakòn deîpnon). Ciascuno infatti, quando siede a tavola, comincia a prendere la sua propria cena (tò ídion deîpnon) e così uno ha fame, l’altro è ubriaco. Non avete forse le vostre case per mangiare e per bere? O volete gettare il disprezzo sulla chiesa di Dio e umiliare chi non ha niente? Che devo dirvi? Lodarvi? In questo non vi lodo! (1Cor 11,18-22).

Cosa avviene a Corinto che provoca il biasimo di Paolo? L’Apostolo è stato informato della divisione tra i cristiani più ricchi che non aspettavano tutti i fratelli e cominciavano a mangiare e a bere fino a ubriacarsi, così i cristiani poveri che giungevano in ritardo, forse perché trattenuti dal lavoro, non avevano nulla da mangiare. La situazione è dunque questa: gli uni sono ubriachi e gli altri affamati e per questo l’Apostolo osserva: «Quando vi radunate insieme il vostro non è più un mangiare la cena del Signore (kyriakòn deîpnon)», è invece un «prendere ciascuno la sua propria cena (tò ídion deîpnon)». Giovanni Crisostomo – vescovo di Costantinopoli e padre della chiesa morto nel 407 – in una omelia sulla Prima lettera ai Corinti, riferendosi a questi versetti, scrive: «La chiesa non esiste perché noi, venendoci, conserviamo le nostre divisioni, ma perché ogni disuguaglianza sparisca: ecco il senso del nostro riunirci insieme» .
    Nella comunità cristiana di Corinto la cena del Signore è dunque snaturata del suo vero significato, perché avviene una scandalosa discriminazione a danno dei più poveri della comunità con i quali i più ricchi non condividono il cibo. Per i fratelli e le sorelle poveri è di certo un’offesa vedersi poco o nulla considerati dai fratelli e dalle sorelle ricchi. Per questo, il non attendere il fratello povero per celebrare con lui la cena del Signore non è una semplice mancanza di cortesia, ma è segno di disprezzo nei suoi confronti. Paolo definisce questo comportamento un «umiliare chi non ha niente», espressione che Girolamo nella Vulgata traduce «confunditis eum, qui non habent», «turbate coloro che non hanno». Nel suo commento il Crisostomo rende invece «umiliate» con «fate arrossire» e così osserva: [L’Apostolo] invece di dire «voi fate morire di fame i poveri», si serve di una parola forte, e dice: «fate arrossire». Con ciò mostra di dare meno importanza al cibo che si nega al povero, che all’affronto che si infligge … Non soltanto i poveri sono trascurati ma vengono pure umiliati .

Una liturgia che umilia chi non ha niente
    Ogni comunità cristiana che ha a cuore l’autenticità della sua prassi eucaristica, leggendo la pagina paolina dovrebbe domandarsi: «Siamo come la chiesa di Corinto? Con la nostra liturgia umiliamo chi non ha niente?». I cristiani di Corinto mostrano di non comprendere il legame che esiste tra l’eucaristia e l’etica cristiana. L’eucaristia è la fonte di ogni agire morale perché essa rende coloro che la celebrano partecipi dell’ethos di colui che in essa opera: il Cristo che «da ricco che era si è fatto povero per voi» (2Cor 8,9). Cristo, il povero di Dio, che ha detto di sé «ho avuto fame, ho avuto sete, ero nudo, forestiero, carcerato» (cf. Mt 25,31-46). Per questo la liturgia dei cristiani è la liturgia del Povero, ossia la liturgia che manifesta un’etica di donazione (un corpo dato), un’etica di condivisione (l’unico pane per molti), un’etica di solidarietà e di carità (la colletta per i bisognosi). È dunque necessario riconoscere che le nostre liturgie sono sempre esposte al rischio di umiliare i poveri. Nel cristianesimo non c’è altare del Signore che non sia al tempo stesso memoria dell’altare che è il fratello. Per questo, la Didascalia comanda ai cristiani: “Le vedove e gli orfani saranno per voi come un altare” , mentre Giovanni Crisostomo, con sorprendente realismo, ammonisce: “Ogni volta che vedete un povero che crede ricordatevi che sotto i vostri occhi avete un altare, non da disprezzare ma da rispettare” . Questa consapevolezza cristiana del rapporto essenziale tra altare e povero trova la sua più alta epifania nell’eucaristia.
    Se l’amore per i poveri è liturgia, ogni chiesa locale è costantemente chiamata a vegliare affinché la sua liturgia resti fedele allo spirito della riforma liturgica del Vaticano II che ha cercato di attuare, nelle forme e nello stile, la volontà espressa dal concilio nella costituzione sulla liturgia: «I riti splendano per nobile semplicità» . Non ci si lasci dunque trarre in inganno da chi mostra nostalgia di uno stile liturgico che manifesti opulenza, fasto e ostentazione, nella vana illusione che siano queste le uniche forme capaci di manifestare sacralità e narrare lo splendore di Dio. Nel Discours de la nature et des effets du luxe (Discorso sulla natura e gli effetti del lusso), un autore del XVIII secolo scriveva: «Il lusso è prodigo, ma sempre per ostentare mai per dare»((11)). Al contrario, la «nobile simplicitas» voluta dal concilio nella liturgia esprime la volontà di dare, di condividere, perché la semplicità della liturgia cristiana è questione etica e, in quanto tale, questione teologica. La liturgia è infatti opus Dei, è l’agire di Dio attraverso Cristo nello Spirito santo. Per questo nella liturgia la forma è sostanza! Se lo stile dell’agire di Gesù non è mai giunto a «umiliare chi non ha niente», la liturgia di Corinto invece umiliava il povero, escludendolo dall’abbondanza dei ricchi. Se ci può essere un modo di celebrare l’eucaristia che esclude il povero, c’è anche un modo semplice di celebrare la liturgia grazie al quale il povero non è escluso, ma si sente accolto e si trova a suo agio. E qui parliamo del povero non solo materialmente povero, ma anche moralmente, spiritualmente, umanamente povero.
All’opposto esatto di ciò che avviene nella cena eucaristica di Corinto, l’assemblea liturgica cristiana è il luogo dove il povero (non solo economicamente ma anche moralmente povero, spiritualmente e umanamente povero) deve essere accolto, riconosciuto e perfino onorato. Questa accoglienza non si esaurisce certamente in una semplice questione di posti da assicurare per tutti, ma è una accoglienza che si esprime nello stile stesso della celebrazione. Uno stile semplice e tuttavia nobile, che narrando la bellezza di Dio non umilia la povertà del povero. Nell’Evangelii gaudium papa Francesco dedica un intero paragrafo alla “mondanità spirituale” e ci mette in guarda in modo molto chiaro, affermando: “Questa oscura mondanità si manifesta in molti atteggiamenti apparentemente opposti ma con la stessa pretesa di ‘dominare lo spazio della chiesa’. In alcuni si nota una cura ostentata della liturgia” (n.95)
    La nobile semplicità è l’esatto contrario della “cura ostentata della liturgia” denunciata dal papa. Parlare di una liturgia semplice non significa in nessun modo cedere a una liturgia sciatta, trascurata e per questo inespressiva, figlia di un pauperismo certamente non cristiano. La bellezza semplice della liturgia deve essere invece ricercata con impegno e fatica, fino a rappresentare un punto di arrivo agognato. La semplicità è sempre un punto di arrivo e mai di partenza, perché è la ricerca di quel nucleo puro ed essenziale che ogni cosa racchiude in sé, sia essa un materiale, un tessuto, ma anche una parola, un gesto, un’immagine, un suono, un canto. È molto più facile declinare la bellezza nello sfarzo, nella sontuosità, nel lusso che sono le forme mondane di bellezza. La bellezza mondana è in se stessa bellezza anestetica che invitando a fissare lo sguardo unicamente sull’oggetto porta a chiudere gli occhi sul mondo, sugli altri e sulla realtà((13)). Al contrario, quella della liturgia non è una bellezza anestetica, ma una bellezza che fa dell’oggetto un semplice segno che invita ad aprire gli orecchi alla parola di Dio e a spalancare gli occhi sugli altri e sulla realtà. Per questo, la bellezza semplice della liturgia cristiana non è bellezza mondana ma bellezza santa, perché riflesso della bellezza di Dio e di quella bellezza alla quale ogni uomo è chiamato.
 
«Memoria passionis»
    L’apostolo Paolo afferma che è possibile celebrare la cena con un rito, in una comunità cristiana come quella di Corinto, e tuttavia non celebrare la cena del Kýrios, una cena nella quale Gesù Cristo è il Signore, in cui la tavola è la tavola del Signore. Per rispondere a questa situazione che si era creata a Corinto, l’Apostolo fa memoria dell’ultima cena di Gesù con i suoi discepoli: Io, infatti, ho ricevuto dal Signore quello che a mia volta vi ho trasmesso: il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane e, dopo aver reso grazie, lo spezzò e disse: «Questo è il mio corpo che è per voi; fate questo in memoria di me». Allo stesso modo, dopo aver cenato, prese anche il calice, dicendo: «Questo calice è la nuova alleanza nel mio sangue; fate questo ogni volta che ne bevete, in memoria di me». Ogni volta, infatti, che mangiate questo pane e bevete al calice, voi annunciate la morte del Signore, finché egli venga (1Cor 11,23-26).

    Paolo non era presente alla vigilia della passione, quando Gesù consegnò il segno ai dodici, l’Apostolo ha semplicemente trasmesso ciò che ha ricevuto, egli non ha inventato nulla: «Il Signore Gesù, nella notte in cui veniva tradito, prese del pane … lo spezzò e disse: “Questo è il mio corpo che è per voi”». Le parole pronunciate da Gesù che si trovano in Paolo si differenziano da quelle dei sinottici per l’espressione «corpo che è per voi» (tò sôma tò hypèr hymôn), letteralmente corpo-per-voi. Questa espressione paolina indica che nel corpo di Gesù è iscritta la relazione originaria. Non è semplicemente corpo, ma è in se stesso corpo-per-voi, corpo dato e dunque la relazione di donazione non si aggiunge al corpo di Gesù in un secondo momento, ma gli appartiene fin dall’origine. L’eucaristia è il memoriale del corpo-per-voi di Gesù, ed è questo il criterio con il quale Paolo giudica la prassi eucaristica di Corinto, e questo è anche il metro di giudizio per verificare ogni eucaristia. Corpo-per-voi significa corpo dato, consegnato, vita spesa fino all’estremo, vita offerta per gli altri. Il corpo-per-voi nega ogni logica individualistica simile a quella dei ricchi della comunità di Corinto. Ogni egoismo, ogni spirito di divisione è smentito dall’accoglienza vicendevole e dalla condivisione totale che caratterizza quella comunione piena che è l’eucaristia.
    Il Crisostomo si domanda: «Perché ricordare l’istituzione dei santi misteri? Perché in questo momento si rendeva necessario tale richiamo [dell’ultima cena]? Il Signore vostro, vuole dire [l’Apostolo], si è degnato di accogliervi tutti al suo banchetto, benché esso sia santo e venerabile, e voi, invece, osate giudicare i poveri indegni della vostra piccola e miserevole tavola»((15)). La risposta del Crisostomo offre la chiave di lettura dell’intenzione di Paolo: ai corinti che nella cena del Signore non condividevano il pane con i poveri giudicandoli indegni della loro tavola, l’Apostolo ricorda che Cristo ha istituito l’eucaristia come memoria passionis, che è memoria di una vita non tenuta per sé ma donata, non salvata dagli altri ma offerta per la salvezza di tutti. Facendo memoria dell’ultima cena, Paolo ha ricordato che un cristiano non può pensare di partecipare all’eucaristia se poi vive nella logica di una propria cena (tò ídion deîpnon), ossia di una propria vita. Un uomo che, sebbene cristiano, vive nella logica di salvare la propria vita senza gli altri, prima o poi vivrà contro gli altri e a scapito degli altri. Chi vive solo per se stesso, per la propria riuscita e il proprio successo, mangerà anche il corpo del Signore per se stesso e non per gli altri, nella comunione: ecco, questa è la dimensione esistenziale dell’eucaristia. Una comunità cristiana e ogni singolo cristiano non possono vivere nella logica di un proprio progetto – sia esso ecclesiale o esistenziale – senza sottomettersi a una logica di comunione, che è logica del corpo-per-voi, l’esatto contrario della logica del corpo-per-me. In quanto cristiani e membri della chiesa, la logica del per-voi, che è logica di koinonia, deve avere il primato nella vita personale e comunitaria. Questo e non altro significa fare la memoria passionis celebrando l’eucaristia nella quale si ripetono le parole di Gesù: «Questo è il mio corpo-per-voi».

Mangiare e bere la propria condanna
    L’evocazione dell’ultima cena lascia posto al grande ammonimento apostolico di Paolo: Perciò chiunque mangia il pane o beve al calice del Signore in modo indegno, sarà colpevole verso il corpo e il sangue del Signore. Ciascuno, dunque, esamini se stesso e poi mangi del pane e beva dal calice; perché chi mangia e beve senza discernere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna. È per questo che tra voi ci sono molti ammalati e infermi, e un buon numero sono morti.

    Chi non discerne il corpo del Signore «mangia e beve la propria condanna», afferma l’Apostolo; parole che incutono timore e chiedono grande vigilanza a chi celebra l’eucaristia. Ma cosa significa discernere il corpo e il sangue del Signore? Quale corpo del Signore? Certamente nelle parole dell’Apostolo si afferma anzitutto che partecipare all’eucaristia significa discernere nella fede che quel pane spezzato è corpo del Signore e quel vino bevuto è il suo sangue.
    Ma discernere il corpo del Signore significa per l’Apostolo anche operare un secondo discernimento: discernere la realtà santa della chiesa che è il corpo di Cristo. Anche questo secondo discernimento va operato nella fede e spesso il discernimento ecclesiale appare più difficile e impegnativo di quello sacramentale. Significa sentirsi fratelli e sorelle che formano il corpo di Cristo, membra dell’unico corpo del Signore in un’unità che è sempre opera dello Spirito santo. Il mistero della chiesa e il mistero dell’eucaristia formano a tal punto un unico mistero che solo chi comprende l’eucaristia sa che cos’è la chiesa e solo chi conosce la realtà profonda della chiesa può capire anche l’eucaristia. Questa è la ragione per la quale Paolo ricorda che è impossibile non discernere il corpo ecclesiale e pensare di comunicare degnamente al corpo eucaristico. L’Apostolo chiede ai cristiani di Corinto di interrogarsi sul loro radunarsi in assemblea; essi stanno gli uni accanto agli altri e tuttavia non si aspettano, dunque rimangono divisi perché non hanno accettato di essere radunati unicamente a partire da Cristo e a causa della morte di Cristo.
    Il dinamismo del raduno è certamente essenziale per l’eucaristia e dunque per la comunità cristiana, ma non è sufficiente dare vita a una trama di legami umani strategici o funzionali, perché nella chiesa non basta stare insieme per uno scopo comune, ma è necessario che sia il Signore Gesù e nient’altro la ragione profonda di essere e agire come chiesa. Nella chiesa non ci si sceglie come i ricchi di Corinto si scelsero tra loro, perché la chiesa non è un circolo privato e tanto meno un club esclusivo. Cioè non è un’associazione tra le tante esistenti dove ci si sceglie in base alla condizione sociale, alla cultura, alle idee politiche, agli interessi, agli hobby o perfino per affinità elettive. La chiesa è radunata unicamente da Dio e lui solo, attraverso il dono della fede, chiama a farne parte. «Discernere il corpo del Signore» è il monito rivolto a ogni credente affinché egli faccia discernimento sulla propria comunità cristiana, domandandosi se in essa si fa chiesa unicamente sulla base di relazioni affettive, psicologiche e dunque puramente carnali. Occorre riconoscere che spesso la storia recente o passata di molte comunità cristiane è segnata da divisioni non tanto sociali ma per lo più affettive, dal fatto che ci si sceglie in base a simpatie umane, e a volte anche per accordi e interessi non evangelici che di fatto escludono altri. L’esclusione del fratello è spesso il risultato di quel tipo di comunità che per Dietrich Bonhoeffer porta i tratti di una comunità psichica che il teologo luterano così descrive: L’idea e la pratica della discriminazione intellettuale o spirituale fa riaffiorare di nascosto la componente psichica, e priva la comunione della sua efficacia spirituale nella comunità, anzi la porta al settarismo: l’esclusione del debole, dell’insignificante, dell’apparentemente inutile, da una comunione di vita cristiana può addirittura equivalere all’esclusione di Cristo, che bussa alla porta nelle vesti del fratello povero (17)).

    Se non è l’amore per il Signore Gesù la sola ragione del riunirsi e vivere come chiesa di Dio, presto o tardi le altre ragioni si riveleranno causa di esclusione del fratello e di divisione all’interno della comunità cristiana stessa.
    L’Apostolo ammonisce profeticamente che l’eucaristia non è solo buona notizia ma è anche giudizio quando scrive: «Chi mangia e beve senza discernere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna. È per questo che tra voi ci sono molti ammalati e infermi, e un buon numero sono morti». Nella comunità di Corinto, a causa del mancato discernimento del corpo del Signore, vi sono molti che sono fragili, deboli, malati fino a morire a causa della loro incapacità di discernere il corpo del Signore. Ecco il giudizio terribile che si sprigiona dall’eucaristia quando non ci si riconosce fratelli e sorelle in Cristo, quando ci si esclude a vicenda e non si condividono i beni spirituali e materiali. Allora l’eucaristia diventa giudizio e, come ammonisce Paolo, ciascuno mangia e beve la propria condanna. Se la vita di una comunità cristiana è spesso debole, stanca e sofferente, forse è anche perché il suo modo di celebrare l’eucaristia rivela un’incapacità nel discernere il corpo sacramentale ed ecclesiale di Cristo.

Il vostro sia un mangiare la cena del Signore
    Concludiamo questa riflessione volgendo in positivo l’esortazione con la quale l’Apostolo ha dato inizio alla sua parenesi: «Quando vi radunate insieme, il vostro sia un mangiare la cena del Signore!». Affermare che i credenti sono riuniti «nello stesso», significa molto di più dell’affermare che sono semplicemente radunati insieme in uno stesso luogo. Essere riuniti epì tò autó indica un raduno nell’unità che è data da Gesù Cristo e da nient’altro. Non è un’unità che nasce per volontà o desiderio di quanti si radunano, ma è un’unità che nasce dall’amore di ciascuno per Cristo. Se è l’amore dei credenti per Cristo che li riunisce in unum, allora solo chi celebra la liturgia come atto di amore per Cristo povero, potrà anche vivere e comprendere l’eucaristia come condivisione con i poveri. Per il cristiano la condivisione dei beni con il povero non è dunque una semplice questione di giustizia sociale, ma è una questione cristologica e di conseguenza sacramentale. Così, come per la comunità di Corinto, anche per le comunità cristiane di oggi è la non condivisione con il fratello più povero «a gettare il disprezzo sulla chiesa di Dio» (1Cor 11,22).
    Solo dall’eucaristia, e in essa dal gesto profetico della frazione del pane, le comunità cristiane d’occidente potranno rinnovare la loro consapevolezza che la chiesa non può essere corpo di Cristo se in essa i cristiani, rigettando ogni forma di egoismo, non condividono i loro beni con i poveri, quelli a loro prossimi come quelli lontani. Fino a quando le comunità cristiane del mondo occidentale non vivranno la loro liturgia eucaristica come presentazione a Dio del pane «frutto della terra e del lavoro dell’uomo» e non lo condivideranno alla presenza di Dio con i fratelli, essi saranno sempre in qualche modo corresponsabili di quella ingiustizia sociale che è all’origine della crisi economica, perché ciò che non è condiviso con gli altri nella comunione è sottratto agli altri nell’ingiustizia.
    Secondo il Siracide, Dio non gradisce un sacrificio frutto dell’ingiustizia verso il povero, perché «sacrifica un figlio davanti al proprio padre chi offre un sacrificio con i beni dei poveri» (Sir 34,24).

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