Salmo 23 (22) 

 

IL SIGNORE È IL MIO PASTORE: non manco di nulla;2su pascoli erbosi mi fa riposare,ad acque tranquille mi conduce. 3Mi rinfranca, mi guida per il giusto cammino, per amore del suo nome.4Se dovessi camminare in una valle oscura, non temerei alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza. 5Davanti a me tu prepari una mensa Sotto gli occhi dei miei nemici; cospargi di olio il mio capo, il mio calice trabocca. 6Felicità e grazia mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita, e abiterò nella casa del Signore per lunghissimi anni.

 

Il Salmo 23 esprime con una bellezza e una profondità veramente uniche, una affascinante identità perché se “Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla….”.

 

Il vero pastore – dice il Papa – è Colui che conosce anche la via che passa per la valle della morte; Colui che anche sulla strada dell’ultima solitudine, nella quale nessuno può accompagnarmi, cammina con me, guidandomi per attraversarla: Egli stesso ha percorso questa strada, è disceso nel regno della morte, l’ha vinta ed è tornato per accompagnare noi, ora, e darci la certezza che, insieme con Lui un passaggio lo si trova. La consapevolezza che esiste Colui che anche nella morte mi accompagna e con “il suo bastone e il suo vincastro mi dà sicurezza”, cosicché non devo temere alcun male: questa la  nuova speranza che sorge sopra la vita dei credenti.

 

Io credo che se saremo attenti nell’approfondire questo Salmo, ritroveremo queste idee, le potremo far nostre nella preghiera e potremo mettere le basi per quella necessaria purificazione dell’immagine di Dio che dilata il cuore fugando ogni paura.

E’ un Salmo molto conosciuto, forse lo ripetiamo a memoria e se non ce lo ricordiamo recitandolo, ce lo ricordiamo con il canto.

Sono pochi versetti, eppure ha la pretesa di ricapitolare una storia complessa come la storia umana, vissuta nell’esperienza di qualcuno che la offre a noi come una propria testimonianza.

 

E’ un Salmo di fiducia, ricco di simboli e di messaggi.

 

La divisone del Salmo in due quadri è abbastanza semplice:

- nel primo quadro, vv. 1-4, domina l’immagine del Signore-pastore che guida e accompagna l’orante con tenerezza e decisione;

- nel secondo quadro, vv. 5-6, subentra l’immagine del Signore che ospita offrendo una ospitalità regale nella sua tenda all’orante che, come un fuggiasco inseguito dai nemici nel deserto, si presenta a lui.

- Al centro, v. 4b, possiamo individuare la “parola-chiave” del Salmo: Tu sei con me. Questo è il motivo per il quale il Card. Martini suggerisce per questo Salmo un titolo più appropriato: Tu sei con me e, se ci riflettiamo bene, credo ci possa trovare tutti consenzienti.

 

Cerchiamo ora di entrare più in profondità nel testo per coglierne il significato.

Chi sono i personaggi che si muovono in questo Salmo? Sono essenzialmente due: da una parte il Signore al quale il Salmo attribuisce nove azioni: è il mio pastore - mi fa riposare - mi conduce - mi rinfranca - mi guida - è con me - mi dà sicurezza - prepara una mensa - cosparge di olio

 

Dall’altra c’è il Salmista, ci sono io che affermo: di non mancare di  nulla - di non temere alcun male - che il mio calice trabocca - che sento felicità e grazia come compagne di vita - che voglio abitare nella casa del Signore.

 

Mi pare che già in tutto questo possiamo individuare i presupposti per un dialogo amoroso tra due persone che si vogliono bene.

 

Ma allarghiamo ulteriormente il nostro sguardo e cerchiamo di scoprire le immagini che il Salmo ci offre:

il pastore: su questa immagine ci intratterremo a lungo tra pochi istanti;

il bastone: una mazza corta; serve al pastore per allontanare i lupi;

il vincastro: è un bastone più lungo e ricurvo sul quale il pastore si appoggia; gli serve per appendervi il suo sacco, per tastare il terreno, per tenere lontano i cani randagi (oggi, il suo simbolo è il pastorale del Vescovo);

la mensa: siamo nel deserto, immaginiamo una grande tenda dove sono stati preparati cibi succulenti e dove le persone, distese su una stuoia, tutte insieme, prendono gioiosamente il cibo con le mani, un po’ di focaccia, intingono i bocconcini di carne in una salsa e godono insieme di questa cena comune;

il profumo: prima che la cena abbia inizio, Colui che ha invitato cosparge il capo dei commensali di olio, come ha fatto Maria di Betania quando Gesù è entrato nella sua casa (il profumo è la bellezza che si espande, si sente, non si vede, ma c’è; l’olio è la dolcezza che si respira in questa atmosfera di comunione);

la coppa: un calice traboccante, simbolo della gioia che trabocca dal cuore per il dono di quanto gratuitamente viene offerto; un cuore che trabocca di gioia, perché capace di accogliere, ringraziare e lodare;

la valle oscura: non è soltanto la grotta dove non arriva la luce e la notte è fonda, ma è anche il simbolo del buio della morte, della paura che affiora, delle ansie e delle angosce di fronte a difficoltà che sembrano più grandi di noi; del senso di incapacità ad affrontare anche le cose più  piccole; la paura di ciò che verrà, di quanto potrebbe capitarci, del nostro futuro incerto e nebbioso, soprattutto quando capitano eventi imprevisti e improvvisi;

acque tranquille: non soltanto pozze d’acqua dove si beve in pace e senza pericoli, ma sono anche il simbolo di tutto un cammino di pace che porta alla pace interiore.

 

Il Signore è il mio pastore

L’immagine del pastore e del gregge che il salmista evoca per parlare della sua esperienza spirituale è molto cara a tutta la letteratura biblica. Per comprenderla bene dobbiamo porci con la nostra immaginazione nel deserto arido e roccioso del Medio Oriente – il deserto di Giuda, ad esempio – un territorio che da un lato affascina per la sua bellezza e per il suo silenzio e che dall’altro spaventa per le sue distese infinite, la sua aridità, le insidie e i pericoli mortali a cui espone coloro che intendono attraversarlo di giorno e di notte.

Il pastore guida il suo gregge per le piste giuste del deserto, quelle più comode e più ampie, non pericolose, che permettono al gregge di rimanere unito. Senza di lui, il gregge si smarrirebbe e morirebbe. Egli sa bene dove andare e il suo gregge si lascia docilmente condurre. La vita delle pecore è completamente affidata alle mani del pastore che se ne prende cura e le pecore devono imparare ad affidarsi a lui, ascoltando la sua voce. Il pastore difende il suo gregge dai mille pericoli: gli attacchi degli animali feroci, i sentieri impervi e scoscesi, il cammino pericoloso se non drammatico nella notte. I compiti del pastore sono continuamente descritti e sottolineati in altri testi biblici, i quali descrivono non solo la capacità di guida che il pastore possiede, ma anche la sua delicata attenzione e tenerezza. A lui sta a cuore ogni singola pecora: egli dà forza a quelle deboli, cura quelle malate e ferite, riporta le disperse, ha cura della grassa e della forte e ha riguardo per le pecore madri e per i loro piccoli.

Egli è soprattutto il costante compagno di viaggio, per cui le ore del suo gregge sono le sue stesse ore, stessi i rischi, stessa la sete e la fame; il sole batte ugualmente implacabile su lui e sul gregge. Solo lui sa dare certezza e sicurezza perché i sentieri dispersivi o erronei sono con precisione scartati dal suo bastone. Il pastore è perciò il salvatore, la sua capacità di condurre ad uno spiazzo erboso decide il destino delle pecore.

Il pastore è perciò legato alle sue pecore da una profonda relazione affettiva: in lui si uniscono forza e tenerezza, fermezza e dolcezza.

 

Non possiamo fare a meno di leggere alcuni passi del cap. 34 di Ezechiele (a voi il compito di andarlo a leggere nella sua interezza) e di Isaia 40.  In questo capitolo 34 di Ezechiele, il profeta rimprovera i pastori del popolo – i re e i capi del popolo – per aver adempiuto male i loro compiti e così dice loro: I pastori non dovrebbero forse pascere il gregge? Vi nutrite di latte, vi rivestite di lana, ammazzate le pecore più grasse, ma non pascolate il gregge. Non avete reso la forza alle pecore deboli, non avete curato le inferme, non avete fasciato quelle ferite, non avete riportato le disperse. Non siete andati in cerca delle smarrite, ma le avete guidate con crudeltà e violenza. Per colpa del pastore si sono disperse e sono preda di tutte le bestie selvatiche: sono sbandate. Vanno errando tutte le mie pecore in tutto il paese e nessuno va in cerca di loro e se ne cura….

 

E dopo questa amara constatazione, di fronte a questa situazione disperata di pecore sbandate e disperse per la noncuranza e la negligenza dei pastori ai quali verrà comunque chiesto di rendere conto del gregge loro affidato, ecco che il Signore decide di intervenire direttamente in favore del suo gregge:

 

Io stesso cercherò le mie pecore e ne avrò cura. Come un pastore passa in rassegna il suo gregge quando si trova in mezzo alle sue pecore che erano state disperse, così io passerò in rassegna le mie pecore e le radunerò da tutti i luoghi dove erano disperse nei giorni nuvolosi e di caligine…. Le condurrò in ottime pasture e il loro ovile sarà sui monti alti di Israele; là riposeranno in un buon ovile avranno rigogliosi pascoli sui monti d’Israele. Io stesso condurrò le mie pecore al pascolo e io le farò riposare. Oracolo del Signore Dio. Andrò in cerca della pecora perduta e ricondurrò all’ovile quella smarrita; fascerò quella ferita e curerò quella malata, avrò cura delle grassa e della forte; le pascerò con giustizia….

 

Lo stesso atteggiamento di Dio-pastore lo troviamo in Isaia 40, 11: Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul seno e conduce pian piano le pecoremadri.

 

Ma Colui che ha portato a compimento questa bellissima profezia è Gesù che, nel Vangelo di Giovanni, al cap. 10, non esita ad autodefinirsi il “buon Pastore”. Io sono il buon pastore. Il buon pastore offre la vita per le pecore. Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde; egli è un mercenario e non gli importa delle pecore. Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me. Come il Padre conosce me e io conosco il Padre, e offro la vita per le pecore. E ho altre pecore che non sono di questo ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore. Per questo il Padre mi ama; perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre (Gv 10,11-18)

 

Il termine greco per definire il pastore non è “buono”, come riportato nelle nostre Bibbie, ma è “bello”. E’ un pastore che mi attira, che mi piace, proprio perché è “bello”. E la sua bellezza consiste particolarmente in tre cose che riguardano la sua vita:

espone la sua vita per le pecore: è coraggioso;

dispone della sua vita a favore delle pecore: le difende, perché le ama;

depone la sua vita a favore delle pecore: sa dare la vita.

 

Espone la sua vita: non pensa a salvare se stesso. Dio è Dio in quanto non salva se stesso, ma dona se stesso per salvare gli altri. Per salvare la loro vita non ha paura di esporre la propria; non è come il mercenario che non ama le pecore e si interessa di loro soltanto per il salario che gli procurano, per cui dove c’è da perdere qualcosa si ritira e scappa. Il pastore bello rischia la propria vita per le pecore e quando arriva il lupo non fugge, non le abbandona.

 

Dispone della sua vita per le pecore. Conosco le mie pecore ed esse conoscono me, come il Padre conosce me e anch’io conosco il Padre e dispongo la mia vita a favore delle pecore.

C’è una conoscenza – e conoscenza vuol dire amore – che è amore reciproco tra il pastore Gesù e ciascuno di noi. Noi non siamo un ”gregge”, ma siamo tutti singolarmente amati, conosciuti. Di quale amore? Dello stesso amore che il Padre ha per il Figlio. Se ci pensiamo bene, è qualcosa da … capogiro! E’ commovente: l’amore che Gesù ha per me è lo stesso amore che il Padre ha per Gesù. Gesù dispone della sua vita mettendosi nelle nostre mani, perché noi possiamo vivere da figli e da fratelli.

 

Depone la sua vita a favore delle pecore. “Ho anche altre pecore che non sono di questo recinto…”. Gesù sta parlando al popolo di Israele. Ci sono molti altri recinti in ogni parte del mondo. Gesù è venuto a tirar fuori ogni uomo da ogni recinto, ad abolire tutti gli steccati, a fare di tutta l’umanità un popolo di persone libere, tutti figli e tutti fratelli, pur nella diversità. E a questo le conduce deponendo la propria vita. Cioè dà la vita per gli uomini, per i nemici e per gli amici e ci fa vedere come Dio non abbia nemici, non faccia guerra a nessuno: ha soltanto figli da amare. Per questo il Padre mi ama, perché io depongo la mia vita per prenderla di nuovo. Nessuno la toglie da me.  Io ho il potere, dice Gesù, di dare la vita e di riprenderla. Il suo potere è quello di dare la vita, non di toglierla. Tutti gli altri poteri la tolgono, Dio ha il potere di darla e proprio così la può riprendere di nuovo. E’ la vita che, in quanto data, si realizza come dono d’amore e diventa veramente vita. Se non la dai, se la trattieni, non è più vita, ma morte.

 

E così abbiamo visto il primo versetto. Ma i versetti sono sei. Se abbiamo ben riflettuto sul primo, ci sarà ora più facile affrontare gli altri.

 

I versetti 1b-3 descrivono una scena pastorale di sosta, nella quale domina l’atmosfera del riposo. Il nulla mi manca descrive l’atmosfera di assoluta fiducia nei confronti del pastore: la memoria della storia del passato di Israele nel corso della quale il popolo ha sperimentato l’amore del suo Dio diventa radice del presente e speranza per il futuro. La fede biblica è proprio questo appoggiarsi al Signore che è roccia, stabilità, difesa, pace.

L’ambiente porterebbe più a pensare a “pascoli nella steppa”, qui, invece, è una meravigliosa distesa verde di pascoli erbosi.

I prati verdi: dopo un cammino arido e polveroso che affatica i piedi, sotto un sole che stanca perfino gli occhi abbacinati dal suo splendore abbagliante, si presenta alla vista una distesa verde, un colore che già di per sé placa gli occhi; in questa atmosfera di pace e di colore si rivela la terra materna quasi a stringere in un abbraccio la creatura esausta. Da piccoli – e probabilmente anche da grandi – ci piaceva rotolarci nell’erba verde, abbandonandoci alle sue “braccia” accoglienti. Tutto questo ci ricorda anche che la relazione dell’uomo con la terra ha bisogno di essere ravvivata, e che  la terra non è soltanto qualcosa da calpestare.

 

Ancora più interessante è la vicinanza dell’acqua. Nel deserto tutti sappiamo quale importanza abbia questo prezioso elemento. L’acqua non soltanto placa la sete dopo il cammino, ma ridona il respiro e riaccende le energie perse con il grande sudore della fatica; se poi l’acqua zampilla da una sorgente, la gioia ci entra da tutti i pori, non soltanto per la gola secca. Se fosse lasciato a se stesso, il gregge correrebbe invano alla ricerca di un pozzo o di un pascolo, ma il pastore conosce i luoghi segreti, le vie sicure che portano alla frescura e al pascolo.

 

Vengono qui evocate le parole del profeta Isaia (Is 19, 9-10): I prigionieri (gli esuli di Babilonia) pascoleranno lungo tutte le strade e su ogni altura troveranno pascoli. Non soffriranno né fame né sete e non li colpirà né l’arsura né il sole, perché colui che ha pietà di loro li guiderà, li condurrà alle sorgenti d’acqua.

 

Su pascoli erbosi mi fa riposare…

L’immagine è molto bella. Quello che il nostro testo traduce con “mi fa riposare” letteralmente sarebbe da tradurre “mi fa accovacciare”; si utilizza infatti un verbo – dicono gli esperti – che significa sì stare tranquilli, ma dietro c’è l’immagine dell’animale che ripiega le zampe davanti, si mette giù e sta tranquillo. Immagine molto bella, perché, quando una pecora – animale notoriamente indifeso, debole, spaventato – è condotta dal pastore, si mette tranquilla, non sta più in piedi, tesa, pronta a scappare appena sente il pericolo, ma sta accovacciata, tranquilla, perché sa che pericoli non ce ne sono, perché sa che il pastore la protegge dai pericoli; dunque anche la posizione fisica che l’animale assume sta ad indicare che non è all’erta, ma è tranquillo.

Il Signore ci fa accovacciare così nei pascoli erbosi, senza più paura. Il verbo viene usato metaforicamente per indicare una persona che se ne sta tranquilla senza nulla che la spaventi più (cfr Is 14, 30; Sof 3, 13, Gb 11, 19).

 

Ad acque tranquille mi conduce…

E si tratta di sorgenti “tranquille”, dove il riferimento va alla pace. Queste acque diventano segno di un dono pieno che ricolma il fedele di pace e serenità. Si utilizza qui un termine che vuol proprio dire luogo in cui si può stare stabilmente per sempre e tranquillamente.

Si è entrati in una situazione in cui si ha sempre pascolo e acqua. E’ Dio, dice il Salmo, che ci conduce a queste acque tranquille; il verbo utilizzato significa proprio guidare qualcuno ma per poterlo far stare tranquillo. Un verbo utilizzato anche in altri testi biblici, sia nell’Esodo (Es 15, 13), sia in Isaia (Is 49, 9-10).

 

Dopo la sosta si riprende il cammino, perché il pastore non solo sa far riposare, ma sa anche far camminare, scegliendo le piste migliori ed esenti dai pericoli: quelle che non passano per tratti troppo scoscesi in cui le pecore possono rimanere ferite alle zampe (Lc 15, 4); quelle che non presentano all’improvviso delle fosse nelle quali la caduta è quasi fatale (Mt 12, 11; Lc 14, 5); quelle non frequentate da belve e da briganti (Ger 5, 6; Gv 10, 10-13); quelle, insomma, nelle quali il gregge può procedere senza rischi.

E questo cammino (tradotto dall’ebraico con “sentieri di giustizia”) conduce diritto alla meta, percorrendo “la via che Dio conosce”, come dice il Salmo 1,6.

 

Mi guida lungo cammini di giustizia…

Cammini giusti che sono contemporaneamente i cammini buoni della giustizia, della fedeltà e dell’onestà, ma anche cammini giusti per me, adatti a me. Il Signore mi guida – come fa un pastore con il suo gregge – per cammini che sono giusti per me, non quelli che sono giusti per Lui; non il cammino che sarebbe facile per Lui, ma difficoltoso per me. Quando il pastore conduce le sue pecore, non pensa a quale strada sia più breve per lui, ma pensa alla strada meno faticosa e meno pericolosa per le pecore, anche se ciò gli allunga il percorso. Il pastore vive in funzione delle pecore, sono loro il suo bene prezioso.

 

Per amore del suo nome

Sappiamo quale importanza abbia il nome nella Bibbia: conducendo il suo popolo e salvandolo, Dio glorifica se stesso, e il gregge che lo segue non fa che glorificare Dio, il che non vuol dire che Dio vuole esaltarsi facendo “il primo della classe”, ma sappiamo che la gloria di Dio è l’uomo vivente, come dice S. Ireneo, un Padre della Chiesa; più l’uomo è reso “grande” nella sua anima, nei suoi progetti, nei suoi desideri di bene, più si avvicina all’immagine di Dio che l’ha creato.

 

A questo punto, il cammino del gregge arriva ad una svolta: dopo il brevissimo crepuscolo di quelle terre, le tenebre avvolgono ogni cosa e si inizia ad avvertire, impalpabile, la presenza del pericolo.

 

Se dovessi camminare in una valle oscura….:

L’oscurità con le sue paure ci risveglia ricordi infantili: il lungo corridoio oscuro, lo svegliarsi di soprassalto nel buio di una stanza e l’importanza, a quel punto, di un rumore conosciuto che garantisce una presenza amica…. Proprio nell’angoscia dell’oscurità si cerca e si sente con più forza una presenza amica. Il termine ebraico poi, usato nel nostro Salmo, indica una valle di ombre e di morte; non si tratta cioè di percorrere soltanto un tratto di sentiero nel buio di una notte fonda, ma si tratta di attraversare un tratto molto pericoloso, nel quale si possono immaginare tutte le insidie impreviste e nascoste che attendono il viandante. Ebbene, in questo tratto così insidioso, c’è una sicurezza sulla quale il gregge si appoggia: la presenza del pastore. Le pecore, con il loro scarso senso di orientamento ed incapaci di vedere il pastore, obbediscono a segnali di suono e di tatto: un colpo leggero con il bastone rimette sul sentiero quelle che sviano, incita quelle che si attardano indietro; mentre il colpo ritmico scandito dal vincastro sopra le pietre, le rende tranquille e sicure di una presenza conosciuta e familiare. E qui il tono discorsivo del Salmo passa, dalla terza persona, a un “tu”:  Tu sei con me. L’oscurità, in un certo senso ha stretto un rapporto che già sembrava molto amichevole, ma l’ha interiorizzato, conferendogli maggior forza. Bastone e vincastro si fondono simbolicamente in una unità di messaggio: il pastore è radice di sicurezza anche nella più infernale oscurità.

 

E qui entriamo nel secondo quadro del nostro Salmo.

L’itinerario tracciato finora dal pastore non era un itinerario a casaccio, già era accompagnato dalla preoccupazione di condurre a pascoli erbosi e ad acque tranquille. Ma c’è una meta. A questo punto scompare quasi la figura del pastore e compare la figura dell’ospitante, di colui che sa accogliere con cordialità e disponibilità.

Il gregge viene avviato verso una tenda sotto la quale è imbandita una mensa.

 

Davanti a me tu prepari una mensa …

L’incubo del viaggio notturno in zona desertica è ormai dimenticato perché le luci di una tenda e l’accoglienza festosa che viene riservata al gregge mettono tranquillità e sicurezza. E l’ospitalità orientale è davvero vissuta alla grande: l’unzione con olio profumato - al quale possiamo aggiungere altri simboli oltre a quelli che conosciamo: tonificante dei muscoli, protettore della pelle inaridita dagli implacabili raggi del sole, segno di salute e di forza – e l’offerta di una coppa traboccante - che dice pienezza, sazietà, gioia – stanno ad indicare l’atmosfera totalmente nuova regalata da questa ospitalità del re divino.  Per meglio comprendere  questo, dobbiamo ricordare perché è importante l’ospitalità nella cultura dei nomadi. Nel deserto capita di incontrare un “campo nomade” composto da un certo numero di tende sotto le quali albergano delle famiglie con un capo villaggio o uno sceicco. Oltre questo cerchio delle tende c’è il deserto o la steppa che ingoia gli uomini. Scacciare dal cerchio delle tende può equivalere a una condanna a morte, a meno che un altro clan non accolga nel proprio recinto colui che è stato espulso, cioè non gli dia asilo. Il Salmo sembra accennare ad uno di questi fuggitivi, perseguitato dai suoi nemici che si rifugia in uno di questi campi chiedendo asilo. Lo sceicco o un beduino qualsiasi lo accoglie nella sua tenda e gli offre da mangiare e bere, non senza aver prima dato corso al rito dell’unzione riservato agli ospiti. I nemici si arrestano alla porta della tenda e, vedendo il fuggitivo che gode ospitalità e mangia e beve, capiscono che sta sotto la protezione dell’altro. Qualsiasi aggressione sarebbe un attentato ai diritti sacri dell’ospitalità e sarebbe un’offesa allo sceicco che lo ha accolto. Quando il fuggitivo ha mangiato e bevuto, lo sceicco gli offre una scorta di uomini che lo accompagneranno dove deve andare. La “scorta” simboleggiata dal nostro Salmo è composta da “Bontà e Lealtà” e la meta da raggiungere è la “Casa del Signore”.

 

Le immagini ci dicono come una sosta nel tempio, sotto la diretta protezione di Dio, serva a bloccare le tempeste dell’odio e del male. C’è un altro Salmo, il Salmo 36 che dice: quanto è preziosa la tua grazia o Dio! Si rifugiano gli uomini all’ombra delle tue ali, si saziano all’abbondanza della tua casa e li disseti al torrente delle tue delizie. E’ in te la sorgente della vita e alla tua luce vediamo la luce.

 

Ci troviamo dunque simbolicamente sotto la tenda dell’alleanza nella quale spiccano le virtù del Signore che ha stretto alleanza con il suo popolo: la bontà e la fedeltà amorosa. Ecco che allora ci diventa comprensibile il desiderio espresso dal nostro Salmista dopo aver vissuto questa straordinaria esperienza:

 

Fedeltà e grazia mi saranno compagne tutti i giorni della mia vita….

Una volta sperimentati questi atteggiamenti di Dio, al fedele non resta che esprimere un solo unico desiderio:

 

abiterò nella casa del Signore per lunghissimi anni.

Tutto il poema è in movimento fino al verso conclusivo – scrive Alonso Shoekel. Questo avviene in maniera insolita: due volte il poeta interrompe il riposo con il cammino, quando ci aspetteremmo il contrario. Detto in altre parole, il riposo precede il cammino: il gregge si sdraia, si abbevera… e inizia il cammino anche al buio; il rifugiato mangia e beve e inizia un cammino scortato per ogni evenienza. Fino a giungere alla Casa del Signore.

 

E allora si alterneranno cammino e sosta, cammino e dimora, gregge ed ospite tutta la vita, per i giorni senza fine.

 

Il mio cammino – scrive G. Ravasi a conclusione del suo commento a questo Salmo – non è nelle mani di uno squallido mercenario (Gv 10, 12-13) o di un pastore avido ed ipocrita (Ez 34), ma è affidato a quell’IO scandito ben cinque volte nel brano di Gv 10 (vv. 7.9.10.11.14), al Cristo col quale percorriamo questa strada terrena per giungere alla sua “porta”, cioè alla sua intimità, al Nuovo Tempio nel cui recinto non si raduna più l’antica assemblea di Israele, ma la nuova comunità dei salvati. Là “usciremo ed entreremo” (Gv 10, 9), cioè, secondo il vocabolario biblico condurremo con lui totalmente la vita in comunione esistenziale perfetta.

Le acque di riposo (v. 2) – continua  Ravasi – avevano anticipato la tavola imbandita offerta dall’ospitalità di Dio. Anche i Salmi 5,5 e 15, 1 parlano degli “ospiti di Dio” e dei loro requisiti e la parabola degli invitati (Mt 22, 1-14) sarà ancor più illuminante. Il Signore applica pienamente le leggi della cordialissima ospitalità orientale: profuma la testa agli invitati, offre la coppa spumeggiante dell’amicizia, prepara una mensa che, indicando protezione e vincoli di reciproca assistenza, diviene asilo inviolabile contro i nemici e le ostilità di ogni genere. Il Signore quindi “si cinge, ci fa mettere a tavola, e si presenta per servirci” (Lc 12, 57).

 

 

E’ quanto ci aspetta, se ci manterremo alla sua sequela.

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